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Attualità

Lo sbaglio dell'angelo Meloni

Sergio Casagrande

06 Febbraio 2026, 11:58

Lo sbaglio dell’angelo Meloni

Alla fine, nella vicenda dell’angelo con il volto di Giorgia Meloni, c’è un grande sconfitto. Ed è paradossalmente proprio l’autore dell’opera.

Bruno Valentinetti, 83 anni, restauratore della sua stessa pittura, è arrivato tardi a sfiorare quella ribalta che, in una carriera intera, gli era sempre rimasta lontana. Non per scandalo, non per clamore artistico, ma per una di quelle strane congiunzioni dei tempi moderni in cui l’arte incontra la politica, i social e il riflesso condizionato del timore.

Poco importa, oggi, stabilire se nel restauro avesse rispettato fino in fondo il disegno originario o se avesse forzato la mano, piegando l’angelo al volto contemporaneo di un politico.

Quel che conta è l’epilogo: cancellando quel volto, Valentinetti ha cancellato soprattutto la propria occasione. Quella rara, irripetibile, di entrare nella storia almeno come autore di una curiosità capace di lasciare il segno di un’epoca. Non tra i giganti della pittura, forse. Ma tra le pieghe del tempo sì, che a volte è un risultato persino più duraturo.

È giusto che la Soprintendenza di Roma si sia indignata davanti a un affresco ridotto a una macchia bianca. Perché un’opera d’arte resta tale sempre: quando nasce su commissione o per ispirazione, quando viene difesa o quando viene contestata, persino quando l’autore decide di rimetterci le mani mutandola.

Sarebbe lunghissimo l’elenco se volessimo citarne gli esempi del passato.

Qui, invece, non c’è stata una scelta artistica. C’è stata una ritirata.

La paura ha vinto sull’arte. La pressione politica, il frastuono dei social, il timore reverenziale verso il parroco e gli uomini di fede hanno avuto la meglio su ciò che, nel bene o nel male, era già diventato un segno dei nostri tempi.

La celebrità di un artista o di un’opera, piaccia o no, non nasce solo dalla perfezione. A volte nasce da una stortura, da una particolarità, da un gesto che divide. E ciò che oggi sembra solo attualità destinata a consumarsi rapidamente, spesso, diventa storia.

Qui, invece, si è scelto di azzerare tutto. Di non lasciare traccia.

Il caso dell’angelo, però, dice molto anche di noi giornalisti. Racconta una tensione che accompagna ogni giorno l’informazione: da una parte la tentazione della viralità, dall’altra il dovere di spiegare, contestualizzare, dare misura.

Il problema non è che una notizia nasca come curiosità o episodio surreale. Il problema è come viene trattata.

La cronaca smette di essere servizio pubblico quando insegue solo le mode e i gusti del popolo dei social e si trasforma in intrattenimento permanente e in tribunale emotivo. Tant’è che solo i giornalisti di una testata, i colleghi del Corriere della Sera, invece di inseguire la polemica politica e le reazioni dai pulpiti della rete, si sono premurati a fare quello che un cronista avrebbe dovuto fare fin dal primo momento in cui la notizia era emersa: trovare un’immagine di quell’affresco scattata prima dell’intervento di restauro.

In questa storia, l’informazione-spettacolo ha finito per fare paura. E quella paura ha spinto Santa Romana Chiesa a intervenire e a esercitare pressioni su un artista - bravo o non bravo, non spetta a noi giudicarlo - che è finito per convincersi di dover coprire, cancellare, trasformarsi in qualcosa che la storia dell’arte conosce bene: un nuovo Braghettone. Non per pudore morale, ma per timore del rumore.

E forse è proprio questo il vero errore dell’angelo Meloni.

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