LAPIS
Non sono più notizie di nera. Sono un segnale. Anzi, una sirena che suona ovunque. A La Spezia uno studente ucciso da un coetaneo, in un’aula scolastica. A Bastia Umbra un sedicenne ferito con un’ascia davanti a una stazione. La Spezia non è Roma. Bastia non è Milano. Eppure la violenza arriva anche qui, nelle città “normali”, nei territori di Umbria e Toscana che amiamo raccontarci come tranquilli, immuni, periferici solo sulla mappa.
Da mesi le cronache raccontano di coltelli nelle tasche dei ragazzi, di liti che esplodono, di rabbie che non trovano freni.
La qualità della violenza è cambiata: è più precoce, più diffusa, meno spiegabile con le vecchie categorie della devianza.
Non è bravata, non è solo disagio sociale. E’ qualcosa che non riesce a diventare racconto, relazione, richiesta di aiuto. E allora deflagra.
La scuola è diventata il luogo dove tutto questo si manifesta. Gli insegnanti lo vedono, spesso prima dei genitori. Noi adulti, invece, tendiamo a rimuovere, delegare, medicalizzare. Facciamo fatica a stare dentro le emozioni che disturbano: paura, rabbia, tristezza. E fatichiamo ad accettare che i nostri figli crescano con valori diversi dai nostri. Ecco perché la domanda sulle regole più dure è una scorciatoia. Se questa violenza nasce da un malessere profondo, la risposta non può essere solo repressiva. Servono anche prevenzione, cultura, presenza. Il resto è utile soprattutto a tranquillizzare noi. Non a salvare loro.
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