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POLITICA

La prova del metodo Meloni

Sergio Casagrande

10 Gennaio 2026, 09:33

La prova del metodo Meloni

Ieri Giorgia Meloni si è presentata davanti ai giornalisti e ha fatto una cosa che, in Italia, non è mai scontata: ha risposto a tutto. Senza selezionare le domande, senza scappatoie, senza scorciatoie comunicative. È un dato di fatto, non un giudizio politico.

Il cuore politico della conferenza è stato uno solo: la stabilità. Meloni ha rivendicato la solidità della legislatura, spiegando che il confronto interno alla maggioranza non è un segnale di crisi ma di normalità democratica. Non una caserma, ma partiti che discutono.

È una frase che pesa, perché arriva da un sistema politico che per decenni ha scambiato il dibattito per fragilità e il silenzio per forza.

Qui il messaggio è chiaro: la durata del governo non sarà un caso, è una scelta. E, al netto delle simpatie, è la prima volta da anni che qualcuno dà prova davvero di difendere la continuità come valore, non come sopravvivenza fatti di rimpasti o nuove chiamate alle urne.

Dentro questo quadro si inserisce anche il passaggio sui rapporti con il Quirinale.

Con Sergio Mattarella niente scontri, niente retroscena, niente muscoli. Meloni rivendica un rapporto franco con il presidente della Repubblica, non sempre allineato ma saldo quando c'è di mezzo l'interesse nazionale.

È una dichiarazione sobria, ma politicamente rilevante, perché archivia l'idea di una tensione permanente tra Palazzo Chigi e il Colle. In tempi di democrazia nervosa, non è un dettaglio.

Sul terreno più delicato, quello del fine vita, la presidente del Consiglio ha scelto una linea che può non entusiasmare chi cerca risposte definitive, ma che ha una sua coerenza: lo Stato non si sostituisce alle coscienze, il Parlamento è il luogo della decisione, e la priorità resta quella di non lasciare solo chi soffre. Non è pilatismo, è prudenza istituzionale.

E soprattutto è qui che Meloni introduce uno dei passaggi più solidi dell'intera conferenza: il riferimento ai caregiver familiari. Non una citazione di passaggio, ma il riconoscimento esplicito di milioni di persone che tengono in piedi, nel silenzio, una parte enorme del welfare italiano. Chi assiste un familiare fragile, rinunciando spesso a lavoro, tempo e prospettive, entra finalmente nel discorso pubblico non come problema collaterale, ma come soggetto da tutelare.

È un cambio di sguardo che merita di essere sottolineato, perché sposta il tema dal fine vita alla qualità della vita, che è sempre il punto più trascurato.

Meno convincente, invece, la risposta sulle proteste legate al blitz statunitense in Venezuela.

Qui Meloni ha scelto un tono più ideologico che politico, insistendo sulle responsabilità storiche della sinistra e sulla condizione drammatica del popolo venezuelano.

Tutto vero, ma la sensazione è che la risposta abbia aggirato il nodo centrale: il confine tra difesa dei diritti e uso della forza.

È un passaggio in cui la presidente del Consiglio appare più attenta a marcare una distanza simbolica che a costruire una posizione diplomatica articolata.

Meglio, decisamente meglio, quando il discorso torna sul rapporto con gli Stati Uniti e sul diritto internazionale.

Qui Meloni rimette i piedi per terra: l'Italia resta ancorata all'Europa e all'Alleanza Atlantica, difende il diritto internazionale e non rinuncia al dialogo con gli alleati anche quando le posizioni non coincidono.

Non c'è subalternità, ma nemmeno velleità solitarie. È una linea di equilibrio che può non piacere a chi ama le bandiere agitate, ma che ha il pregio della responsabilità.

Alla fine, quella di ieri non è stata una conferenza stampa da grandi effetti speciali. È stata una prova di metodo e di postura istituzionale. Giorgia Meloni ha scelto di restare lì, di rispondere a tutte le domande, di non sottrarsi nemmeno quando il terreno diventava scivoloso.

Ne esce l'immagine di una presidente del Consiglio che rivendica stabilità, difende la continuità dell'azione di governo e prova a tenere insieme fermezza e prudenza.

Il messaggio politico, insomma, è chiaro: la linea è quella di governare, non di galleggiare. E in un Paese che troppo spesso ha scambiato l'instabilità per destino, non è un dettaglio.

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