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Attualità

Mire artiche nel disordine totale

Sergio Casagrande

07 Gennaio 2026, 09:01

Mire artiche nel disordine totale

Donald Trump

Donald Trump non guarda a Nord per ammirare l’aurora boreale. Guarda a Nord per allungare la mano. E non lo fa per caso. Le nuove mire sulla Groenlandia - territorio sotto amministrazione danese - non sono folklore geopolitico, ma un messaggio chiaro: l’Artico è la nuova frontiera che chi ha, o vuole, il potere punta a controllare.

L’Artico non è più periferia di mondi lontani: è uno dei centri strategici della nuova geopolitica. Con il ghiaccio che si ritira, il Mare del Nord diventa rotta commerciale; le risorse (petrolio, gas, terre rare) brillano come pietre preziose nel forziere che sognano i pirati. E la competizione tra grandi potenze rischia di farsi sempre più spietata.

Il disgelo, figlio dei cambiamenti climatici che Donald Trump continua a negare a parole ma che ora vorrebbe sfruttare nei fatti, apre rotte marittime, accorcia distanze, moltiplica affari. Così la Groenlandia - in attesa di capire se e cosa Usa e Israele stanno architettando, di nuovo, per l’Iran e come andrà avanti la questione Ucraina - diventa il centro del mondo e smette di essere ghiaccio diventando una chiave: commerciale, strategica, militare. Una porta sul mare Artico che vale più di mille discorsi sul clima.

L’Europa osserva, come troppo spesso accade, con l’aria di chi prende appunti mentre altri riscrivono la mappa. Eppure il punto non è solo la Danimarca. È l’equilibrio atlantico che scricchiola. È l’idea stessa che un alleato - anzi, il Paese leader della Nato - torni a parlare di territori come fossero caselle di Risiko.

E non stupirebbe affatto se, dopo la Groenlandia, gli occhi di Trump si posassero in futuro anche sull’Islanda. Luogo tutt’altro che neutro, dove gli americani hanno già avuto (fino al 2006) basi e interessi, avamposto naturale verso il Nord Europa. La storia lo ha dimenticato, ma proprio da lì, durante la Guerra Fredda, gli Usa tenevano orecchie e occhi puntati sull’Unione Sovietica e impedivano ai sottomarini russi di raggiungere le profondità dell’atlantico navigando dal Nord. La storia, quando vuole, sa essere circolare.

Dopo l’intervento militare in Venezuela - che nei fatti legittima l’azione di un Paese straniero in uno Stato sovrano e apre interrogativi inquietanti su Taiwan, Ucraina e dintorni - e dopo le minacce artiche, il messaggio è uno solo: Trump governa con la geopolitica del muscolo. E mentre lui allunga le mani, l’Europa farebbe bene a smettere di tenerle in tasca. Perché quando i ghiacci si sciolgono non emergono solo nuove rotte. Emergono anche vecchi istinti. E quelli, di solito, non portano mai buone notizie.

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