Mercoledì 07 Gennaio 2026

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE INDIPENDENTE

DIRETTORE
SERGIO CASAGRANDE

×
NEWSLETTER Iscriviti ora

IL RICORDO

Addio ad Arnaldo Caprai, l’uomo che insegnò al Sagrantino a volare

Sergio Casagrande

05 Gennaio 2026, 13:00

Addio ad Arnaldo Caprai, l’uomo che insegnò al Sagrantino a volare

Arnaldo Caprai con il figlio Marco fotografati da Giovanni Picuti

Ieri domenica 4 gennaio, il mondo del vino italiano ha perso uno dei suoi protagonisti più veri. E l'Umbria uno dei suoi più conosciuti e stimati imprenditori.
Arnaldo Caprai non era un nome da brochure patinate: era la forza di una storia cominciata dal basso, dalla gavetta, dalle mani sporche di tessuto e sogni.
Nato figlio di una generazione che credeva nel sudore più che nelle lezioni, Caprai - lo ricordava spesso mio padre che attorno agli anni Cinquanta aveva condiviso un'amicizia con lui - aveva iniziato come cameriere e poi come giovane rappresentante di tessuti, girando in lungo e in largo con una valigia di stoffe e l'ambizione di chi non accetta confini.
Da lì, passo dopo passo, ha costruito un impero tessile, ha trasformato pizzi e cashmere in orgoglio del made in Italy e, soprattutto, ha saputo trasferire quella stessa determinazione nel cuore dell'Umbria, nel vitigno che oggi porta il nome di Sagrantino nel mondo. E' il 1971 l'anno che cambia tutto: Caprai acquista la tenuta Val di Maggio, 42 ettari a Montefalco, con 4 ettari già vitati. Imperativo? Capire il potenziale di un vitigno autoctono quasi dimenticato, il Sagrantino, così tannico e ruvido da spaventare gli ordini dei sommelier di allora. La sua intuizione fu semplice e potente: dietro quell'uva c'era un diamante grezzo, pronto solo a essere scolpito. Non era un enologo, non era un critico, ma aveva qualcosa che tanti intenditori non avevano: visione da imprenditore. E - tornando poi a dedicarsi prevalentemente ai tessuti - l'ha messa nelle mani di chi quella terra la respirava ogni giorno: il figlio Marco.
Nel 1986, Marco entra in azienda e insieme padre e figlio trasformano un progetto aziendale in un movimento culturale, facendo diventare il Sagrantino un simbolo dell'enologia italiana. Degustatori stranieri che un tempo snobbavano Montefalco oggi citano il “25 Anni” come una delle pietre di paragone per ogni grande vino rosso d'Italia. Ma Caprai non si accontentò di essere imprenditore: fu ambasciatore di un territorio. Portò sul colle di Montefalco un modo nuovo di fare impresa agricola, combinando tradizione contadina e rigore industriale, fiducia nei ricercatori e rispetto per la terra. Una miscela esplosiva che ha generato non solo bottiglie celebri, ma una rete economica intorno al vino e al turismo enogastronomico, tutto intessuto di orgoglio umbro. Nel 2002 lo Stato gli consegnò il titolo di Cavaliere del Lavoro per meriti in agricoltura, riconoscendo quello che per molti era già ovvio: un uomo che aveva fatto del vino e della sua terra una bandiera di eccellenza nazionale. Ieri se n'è andato l'uomo, ma resta l'aria nelle vigne, quel Sagrantino che non è solo un vino, è una dichiarazione d'intenti: duro da domare, elegante da conquistare, capace di durare nel tempo come le idee più grandi.
Resta un'eredità che non si conta in bottiglie vendute, ma in orgoglio collettivo, in generazioni di vignaioli e imprenditori che da lui hanno imparato che il successo non è un punto d'arrivo, ma una curva da superare, ogni giorno.
E mentre Marco e la famiglia Caprai raccolgono il testimone, il nome di Arnaldo resta scolpito nella memoria di chi crede che l'Italia vera si riconosca in chi trasforma un sogno in un brindisi condiviso.
Di questo l'Umbria e Montefalco dovrebbero rendergli merito.

Newsletter Iscriviti ora
Riceverai gratuitamente via email le nostre ultime notizie per rimanere sempre aggiornato

*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy

Aggiorna le preferenze sui cookie