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Attualità

Al giro di boa del primo quarto di secolo

Sergio Casagrande

02 Gennaio 2026, 10:18

Al giro di boa del primo quarto di secolo

Un altro Capodanno è andato. Archiviato anche lui. Quasi senza accorgercene abbiamo superato una soglia che pesa: il primo quarto del XXI secolo è già alle spalle. E il Novecento, con le sue guerre mondiali, le sue ideologie, le sue illusioni e le sue macerie, ma anche con quel benessere diffuso durato decenni e che oggi appare quasi irreale, è finito definitivamente da tempo nei libri di storia. Eppure continua a tormentarci. Perché lo rimpiangiamo più di quanto siamo disposti ad ammettere. La modernità che viviamo, digitale fino alla nausea, globale fino allo smarrimento, è figlia del XX secolo. Ma non ne ha fatto i conti. Ha solo accelerato tutto. Anche il peggio.

Così eccoci qui, piombati a una velocità impressionante nel 2026, a parlare di futuro mentre le guerre sono tornate a occupare il presente. Non nei libri, ma nelle cronache. Non nei ricordi, ma nelle case di nuovo sventrate, nelle vite spezzate, nelle comunità cancellate. Vicine o lontane cambia poco: la guerra resta guerra. E ormai non è più solo nei ricordi dei nostri nonni.

In questo tempo confuso e dove tutto viaggia ormai alla velocità della luce, le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine 2025 hanno avuto il merito della nettezza. La speranza, ha detto, non è una comoda attesa sul divano della storia. Non è una scusa. E’ una responsabilità. E la pace non è uno slogan buono per le cerimonie, ma un modo di pensare e di vivere che passa dal rispetto delle regole, dall’inclusione, dalla rinuncia all’egoismo elevato a sistema globale.

Parole che hanno trovato un’eco, non casuale, anche nel messaggio del pontefice. Papa Leone XIV ha parlato di una pace disarmata e disarmante. Non una pausa tra due conflitti, ma uno stile di vita. Ha ricordato che la speranza, se non diventa gesto concreto, attenzione per chi resta indietro, compassione vera, è solo retorica. E di retorica il mondo è già saturo.

Colpisce e dovrebbe far riflettere, che in un’epoca segnata nuovamente da tensioni globali, con conflitti che sembrano un ritorno barbaro nel cuore dell’Europa e nelle periferie del pianeta, la massima istituzione civile del nostro Paese e guida spirituale dicano la stessa cosa: il futuro non è scritto. Può ancora essere cambiato. Non perché il male sia scomparso, ma perché esistono ancora uomini e donne capaci di disarmare i propri pregiudizi prima ancora delle armi.

Il nuovo anno, allora, non dovrebbe essere solo una data da festeggiare con un brindisi di circostanza. Dovrebbe essere una presa di posizione. Perché, come ha ricordato Mattarella, la speranza siamo noi. Non un software. Non un algoritmo. Non una tecnologia venduta come salvifica. E invece... continuiamo a delegare. A un telefonino, a uno schermo, a una piattaforma, a una macchina. Il mondo che nel Novecento aveva ancora vette da scalare e confini da esplorare oggi è compresso in pochi pollici di vetro.

Guardiamo tutto, capiamo poco. Scorriamo molto, scegliamo quasi nulla. E ci viene persino spiegato che affidare le nostre decisioni all’intelligenza artificiale sarebbe progresso. Come se pensare fosse diventato un difetto. Come se il dubbio fosse un errore di sistema. Per chi è ammalato si dice che, finché c’è respiro, c’è speranza. Allora che il secondo quarto di questo secolo, partito tra scosse e ferite, possa finalmente cambiare direzione. Non per miracolo. Ma per decisione. Umana. Consapevole. Un anno nuovo, insomma, che non chieda illusioni. Ma coraggio. Coraggio anche solo per fermarsi e prendersi un momento per riflettere.

Buon 2026 a tutti.

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