Cronaca
Laura Papadia, uccisa il 26 marzo del 2025 dal marito Nicola Gianluca Romita
Procede a ritmi serrati, e la sentenza potrebbe arrivare già a metà aprile, il processo di fronte alla Corte d’Assise di Terni (presidente Simona Tordelli, giudice a latere Biancamaria Bertan) che vede imputato Nicola Gianluca Romita per il femminicidio della moglie, la 36enne di origini palermitane Laura Papadia, strangolata la mattina del 26 marzo di un anno fa nell'abitazione di via Porta Fuga, a Spoleto. L’agente di commercio 48enne è accusato di omicidio volontario aggravato dal vincolo familiare.
Ieri in aula, in un’udienza andata avanti dal mattino fino al tardo pomeriggio, per quasi otto ore complessive, sono stati sentiti diversi testimoni dell’accusa, dagli investigatori della polizia di Stato che hanno condotto le indagini - coordinate dal sostituto procuratore Alessandro Tana - ai medici legali incaricati dalla procura, fino al padre della vittima Maurizio e il fratello minore Alessandro - comprensibilmente commossi nel ricordare Laura e i passaggi più duri della tragedia - oltre all’ex compagna dell’imputato. Il quadro è quello, già emerso nel corso dell’indagine, di un rapporto ormai agli sgoccioli - e pesantemente segnato dalle condotte del marito - anche per la volontà dell’uomo di non avere altri figli oltre i due nati da precedenti relazioni, uno dei quali sentito ieri dalla Corte. Mentre il desiderio di Laura, cancellato da chi le ha tolto la vita, era quello di diventare mamma.
In aula Alessandro, che vive negli Stati Uniti, ha parlato anche di quanto la sorella si sentisse oppressa dal marito, che le controllava anche il telefono. E fra fratelli erano anche arrivati al punto di parlare in inglese, quando si sentivano, pur di non farsi capire da Romita, furioso anche per quell’atteggiamento che toglieva qualcosa dal suo controllo che doveva essere totale.
Di insulti, “divieti” di avere frequentazioni con le amiche, anche atteggiamenti aggressivi ha parlato fra le lacrime il padre Maurizio. Mentre l’ex compagna dell’imputato ha riferito, fra le altre cose, della drammatica telefonata ricevuta dal 48enne dopo che aveva ucciso Laura, in cui, dopo aver parlato a lungo e in modo talvolta confuso, le aveva alla fine rivelato il delitto.
La procura di Spoleto non ha contestato l’aggravante della premeditazione, ma le parole, infine, del figlio dell’imputato - “mio padre mi chiamò qualche giorno prima dell'omicidio, dicendomi che le cose con la moglie andavano male e che se gli fosse accaduto qualcosa, avrei potuto trovare i suoi soldi nascosti nella casa di Senigallia” - hanno gettato un’ombra che i legali di parte civile, fra cui l’avvocato Filippo Teglia per i genitori e uno dei fratelli di Laura, sottolineeranno con tutta probabilità nella discussione finale. Sullo sfondo, per l'imputato, richieste di perizie - in primis quella psichiatrica, già respinta dal gup nel corso dell’udienza preliminare - che i suoi legali, gli avvocati Luca Maori e Luca Valigi, avanzeranno in seguito. Nella convinzione che anche gli ipotizzati tentativi di suicidio, con l’uomo che dopo l'assassinio era salito fino al ponte delle Torri, fossero legati a una condizione psichica di sostanziale incapacità al momento dei fatti.
La prossima udienza, con gli ultimi testimoni dell’accusa, fra cui l’altro fratello di Laura, Fabio, si terrà il 30 marzo.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy