Cultura
L'Annunciazione di Gaetano Gandolfi (foto Marco Cardinali)
La sala conferenze è piena, tesa come nei momenti in cui non si assiste soltanto a una presentazione, ma a un ritorno. Non è solo arte: è una storia che riemerge, stratificata, ferita, e finalmente ricomposta. “L’Annunciazione” di Gaetano Gandolfi torna a parlare alla città, e Foligno risponde, gremendo ogni posto disponibile del Museo Diocesano. La grande pala d’altare – 416 per 244,5 centimetri – commissionata dal vescovo Filippo Trenta e giunta in città nel luglio del 1791, porta con sé una vicenda quasi romanzesca. Nata in formato ovale, adattata nel tempo, collocata solo successivamente sull’altare – nel 1972, a causa di misure non corrispondenti – è passata di mano in mano, di luogo in luogo, attraversando secoli e calamità. Fino al lungo silenzio degli ultimi decenni.

L'Annunciazione di Gaetano Gandolfi nella chiesa del Santissimo Salvatore (foto Marco Cardinali)
Dopo i saluti di don Giovanni Zampa, vicario generale interdiocesano, è il vicesindaco Riccardo Meloni a dare voce al sentimento collettivo: “Con questa tela che è tornata a casa, il territorio si è arricchito”. Parole semplici, ma dense, che restituiscono il senso di una riconquista. A entrare nel merito della tutela è Giovanni Luca Delogu della Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio dell’Umbria, che richiama la responsabilità degli uffici dei beni ecclesiastici, impegnati dagli anni Novanta nella cura del patrimonio. E lancia una suggestione: riportare il capolavoro nella sua nicchia originaria, nell’ex chiesa dell’Annunziata, oggi sede della Calamita Cosmica. Una proposta che accende il dibattito. Non la pensa allo stesso modo l’avvocato Mancini, già presidente del Lions Club e tra i primi promotori dell’idea di restauro: per lui, quella pala dovrebbe tornare nella chiesa di Sant’Apollinare, dove era stata collocata sull’altare maggiore dopo l’acquisto negli anni Venti da parte del canonico Botti-Veglia, e dove rimase fino al 1928.

Da sinistra, il vicesindaco Riccardo Meloni, Giovanni Luca Delogu della Soprintendenza, la presidente della Fondazione Carifol Monica Sassi, il presidente del Lions Club Alberto Avoli e l'ex presidente Angelo Mancini
È proprio in questo confronto di visioni che il convegno si fa vivo, dinamico, attraversato da sensibilità diverse ma unite da un obiettivo comune: restituire dignità a un’opera simbolo. E qui emerge, con forza, il ruolo di chi ha reso possibile tutto questo. La presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, Monica Sassi, non si limita a rivendicare un sostegno economico: “Questa opera è un libro aperto, da rileggere anche per le nuove generazioni. Non dobbiamo essere semplici spettatori, ma custodi di questa bellezza”. Parole che spostano il baricentro: dalla conservazione alla responsabilità collettiva. Accanto alla Fondazione, il Lions Club Foligno si conferma protagonista concreto e determinante. Il presidente Alberto Avoli lo dice senza retorica: “Il nostro compito è fare sistema, lavorare insieme ai beni culturali, non solo per le grandi opere ma anche per quelle più piccole”. È questa capacità di costruire rete che ha fatto la differenza, trasformando un’opera dimenticata in un progetto condiviso.

A ricostruire con rigore le alterne vicende della pala è la storica dell’arte Emanuela Cecconelli, che riannoda i fili dispersi di una storia lunga oltre due secoli, mentre il restauratore Bruno Bruni, della Coo.Be.C., entra nel cuore materiale dell’intervento. Il restauro, avviato formalmente alla fine del 2020, affonda però le radici molto più indietro, subito dopo il terremoto del 1996. Trasferita dalla Cattedrale ai laboratori di Spoleto, la tela si presentava in condizioni critiche, segnata da danni antichi, forse risalenti alla guerra o anche precedenti. È rimasta lì, sospesa, per oltre vent’anni. Fino a quando qualcosa si è mosso davvero. “Il Lions Club ha deciso di sponsorizzare l’intervento - racconta Bruni -, con la collaborazione della Fondazione e di soggetti privati”. È in quel momento che il destino dell’opera cambia direzione. E allora questa non è soltanto la storia di un restauro. È il racconto di una sinergia riuscita, di un territorio che si riconosce nella propria bellezza e decide di salvarla. Non a caso, al termine della conferenza, il racconto si è fatto esperienza diretta: il pubblico si è spostato nella chiesa del Santissimo Salvatore, in piazza Garibaldi, dove oggi la tela è collocata. Lì, davanti all’opera finalmente restituita allo sguardo, il silenzio ha preso il posto delle parole. Perché “L’Annunciazione” è tornata visibile, sì. Ma soprattutto è tornata a essere vissuta.
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