Cultura
Il direttore della Biblioteca Jacobilli, Antonio Nizzi e Samuela Simion dell'Università Ca' Foscari di Venezia con il manoscritto del Milione
Tra le pieghe silenziose di antiche carte e il respiro lungo della storia, Foligno si ritrova al centro di una scoperta che riaccende i riflettori sui segreti di uno dei testi più celebri del Medioevo. Non solo studio e filologia, ma anche emozione e orgoglio: è qui, tra gli scaffali della Biblioteca Jacobilli - che conserva 558 manoscritti - che è riemerso un tassello prezioso del Milione di Marco Polo, capace di riscrivere, almeno in parte, la mappa della sua diffusione in Europa.
Nel convegno aperto ieri con i saluti del direttore Antonio Nizzi e della nuova soprintendente archivistica e bibliografica dell’Umbria Caterina Fontanella, studiosi e appassionati si sono ritrovati attorno a una scoperta destinata a lasciare il segno. I lavori proseguono oggi, quando la docente Samuela Simion dell’Università Ca’ Foscari di Venezia entrerà nel merito dei risultati.
Dall’analisi della filigrana, la paleografa ha retrodatato il manoscritto: non più XV secolo, ma tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento. Una revisione che cambia prospettiva. “Era la fine di luglio 2024 – racconta – quando uno studente di filologia germanica mi segnalò questo codice a Foligno. Dai censimenti risultava un solo esemplare per quell’epoca: ho capito subito che si trattava di un manoscritto non noto”. Lo studio ha consentito di inserirlo in una precisa tradizione filologica, seguendo quei “rami genealogici” che permettono di ricostruire la trasmissione dei testi. La scoperta è stata presentata a Venezia, poi rilanciata a livello internazionale tra Pechino, Innsbruck e Verona. Parallelamente, sono partite le attività di valorizzazione: digitalizzazione, aggiornamento del catalogo nazionale e la realizzazione del video divulgativo Viaggi di carta.

I relatori della prima giornata del convegno dedicato al manoscritto folignate del Milione di Marco Polo
Il codice si distingue per una scrittura ordinata, cancelleresca con elementi gotici, decorazione essenziale e capolettera in rosso: dettagli che rimandano a un uso privato più che a uno scriptorium. Rilevante anche il contenuto: un testimone che illumina una parte ancora poco indagata dell’opera di Marco Polo. Eppure il nome del viaggiatore non compare: Ludovico Jacobilli lo catalogò come Storia dell’Armenia, della Persia e dell’India.
Proprio Jacobilli, erudito folignate del Seicento, è stato ricordato da Letizia Pellegrini (Università di Macerata), che ne ha sottolineato la passione per lo studio e la scelta di destinare la sua vasta biblioteca – oggi composta da 964 volumi – alla fruizione pubblica. Un’eredità che chiede di essere non solo custodita, ma resa viva.

Ivan Petrini della Biblioteca Jacobilli con il manoscritto
Altri interventi di spessore sono stati quelli del professor Emore Paolo dell’Università per Stranieri di Perugia su “Le fonti manoscritte delle vite de’ santi e beati dell’Umbria” e di Ivan Petrini che il direttore Antonio Nizzi ha definito “il presente e il futuro della biblioteca Jacobilli”. Lo studioso ha concentrato il tema sul focus di tornare a comprendere e recuperare la funzione vitale del libro e della biblioteca attraverso il carattere inesauribile e sempre sfidante del fondo antico. Biblioteche come strumento di rigenerazione civile in quanto depositi della memoria del mondo e laboratori per la cura delle comunità. Infine ha riportato un discorso di don Francesco Conti, direttore della biblioteca cinquant'anni fa, per restituire un'analisi degli obiettivi di allora e confrontarli con i progressi, i lavori e le prospettive di oggi.
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