L'indagine
In un mercato dei preziosi che viaggia a due velocità, l’Umbria e il Centro Italia si confermano snodi cruciali di una trasformazione strutturale che sta ridisegnando la geografia del lusso in Italia. Se è vero che le saracinesche faticano a restare alzate, il valore di ciò che brilla dietro le vetrine umbre e del resto della Penisola non è mai stato così elevato, segnando un paradosso economico dove la qualità vince sulla quantità.
Secondo l'indagine dell’Osservatorio Federpreziosi 2025, realizzata in collaborazione con Format Research (, l’Umbria detiene l’1,4% delle gioiellerie nazionali. Una quota che, seppur contenuta rispetto ai giganti del settore, si inserisce in un tessuto dell'Italia Centrale estremamente dinamico: complessivamente, il Centro Italia ospita 2.543 imprese attive (ne aveva 3.663 nel 2013), pari al 21,5% del totale nazionale (1/5). Tuttavia, il peso economico di quest'area supera la sua densità di negozi. A fronte di poco più di un quinto delle gioiellerie totali, il Centro drena ben 2,1 miliardi di euro di fatturato, ovvero il 29,3% del giro d'affari complessivo italiano. Questo significa che, mediamente, una gioielleria situata tra Umbria, Toscana, Lazio e Marche genera ricavi proporzionalmente più alti rispetto alla media nazionale.

Il quadro generale mostra una Penisola spaccata. Il Sud e le Isole vantano il primato per numero di attività (5.086 unità, il 42,9% del totale), ma faticano sul fronte dei ricavi, generando solo il 14% del fatturato nazionale. Al polo opposto si colloca il Nord Ovest: con il 22,3% delle imprese, riesce a conquistare il 42,1% del mercato, pari a circa 3,1 miliardi di euro.
Nella classifica regionale, l'Umbria si posiziona in una fascia intermedia, lontana dai picchi della Campania (15,2%), della Lombardia (12,6%) e del Lazio (11,9%), che insieme controllano quasi il 40% del comparto.
La razionalizzazione del settore non risparmia nessuno. In Italia, tra il 2013 e il 2025, sono sparite oltre 5.400 gioiellerie. Solo nell'ultimo anno, il Centro Italia ha visto una contrazione importante, parte di una flessione nazionale che ha portato il numero totale di imprese (del commercio al dettaglio di orologi, articoli di gioielleria e argenteria) a 11.842 (a novembre 2025) rispetto alle 12.624 del 2024.

Anche l’occupazione ne risente: gli addetti nel settore sono scesi a 30.640, con una perdita di circa 3.300 posti di lavoro in soli dodici mesi a livello nazionale. Nel Centro Italia si contano oggi 6.191 occupati, il 20,4% della forza lavoro nazionale del comparto.

A bilanciare il calo fisico è il fatturato online specifico delle gioiellerie, passato da 1,08 miliardi alla cifra record 1,221 miliardi di euro nel 2025. La digitalizzazione dei consumatori umbri e italiani è ormai un dato di fatto: le ricerche online per il termine "Gioielli" continuano a toccare picchi massimi, specialmente nel periodo natalizio, confermando che se le persone entrano meno in negozio, non hanno smesso di desiderare (e acquistare) preziosi.
Il comparto resta una costellazione di micro-imprese: il 96,8% delle realtà italiane ha meno di 10 addetti. La forma giuridica prevalente rimane la ditta individuale (50,8%), segno di una tradizione familiare che in regioni come l’Umbria rappresenta ancora il cuore pulsante del commercio di orologi e preziosi. Nonostante le difficoltà demografiche delle imprese, il fatturato complessivo italiano è salito a 7,4 miliardi di euro, in deciso rialzo rispetto ai 6,8 miliardi dell'anno precedente. Una cifra che brilla, specchio di un settore che sta imparando a fare di più... con meno, grazie al ruolo cruciale giocato dal canale e-commerce.

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