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POLITICA

Quel maledetto 0,1% che serve all'Italia: perché il Patto di stabilità europeo va sospeso subito e senza tentennamenti

27 Aprile 2026, 11:52

Quel maledetto 0,1% che serve all'Italia: perché il Patto di stabilità europeo va sospeso subito e senza tentennamenti

Sembra uno di quei sondaggi che ti esaltano quando “avanzi” di uno 0,1 per cento e ti senti uno scarto della politica se quella cifra è in meno. Invece si parla di Europa, di quella burocrazia che prende di petto il governo di un paese che quattro anni fa stava ad un rapporto deficit/Pil pari all’8,1 per cento e ora al 3,1. E quindi la sentenza è: “non in regola”.

Ma andate davvero al diavolo, contabili di Bruxelles. Una medaglia avrebbero dovuto mettere sul petto dei nostri governanti, invece pretendono di punirli. Quello 0,1% di rapporto tra deficit e Pil equivale a circa due miliardi nella voragine della spesa pubblica che è di circa mille miliardi. Il niente, in pratica. Magari sono soldi che si spendono a dicembre anziché a gennaio: la serietà non paga.

Altro che fallimento, come ciancia chi ha scaraventato sul governo il peso di debiti contratti solo per clientela. Il bonus edilizio per le case dei ricchi; il reddito di cittadinanza per non lavorare; decine e decine di miliardi - se ne calcolano oltre centocinquanta - abbattuti sui conti dello Stato e che ora è il governo Meloni a dover pagare.

Alla Ue bisogna rispondere a muso duro, perché non può pretendere politiche di austerità da governi che hanno fatto il loro dovere rispetto a quelli passati. Quello 0,1 di oggi è beffardo, un rumore statistico e non certo indice di una politica dissennata come troppe volte abbiamo vissuto nel passato dell’Italia.

Si obietterà: 2 miliardi di euro non cambiano da soli la struttura di un bilancio statale. Giusto, ma possono contribuire a finanziare misure molto concrete e visibili.

Lo Stato, con quei soldi, può dar vita a politiche che aiutino le persone e le comunità locali a vivere meglio. Ad esempio, da quanto tempo si discute sulla spesa sanitaria che nel frattempo - governo Meloni - raggiunge livelli record quanto a finanziamento statale per il servizio sanitario nazionale? Togliere dal tavolo due miliardi significa privarci della realizzazione di due o tre grandi ospedali nuovi. Oppure negarci la possibilità di assunzione di 20.000–25.000 infermieri o operatori sanitari per un anno. Con i conseguenti vantaggi di cui al contrario beneficherebbero le liste d’attesa su scala nazionale per alcune prestazioni.

Lo stesso vale per scuola e istruzione. Con due miliardi assumi circa 30.000–40.000 insegnanti per un anno. In alternativa, ristrutturi migliaia di scuole; o digitalizzi gran parte delle infrastrutture in questione.

Ancora: si provi a calare due miliardi di spesa sulle ferrovie per l’ammodernamento di decine di chilometri per quelle regionali; oppure, realizzare interventi per opere stradali. Certo non basterebbero per una grande opera tipo alta velocità, ma possono coprire fasi o lotti importanti.

Da qui si capisce il danno che ci fanno regole europee che davvero sono fuori luogo al tempo delle guerre che certo non provoca l’Italia.

Mai come ora due miliardi nel sociale aiuterebbero a stanziare almeno 500 euro a quattro milioni di famiglie; e se proprio si tiene al sostegno al reddito, soldi utilizzabili anche per quello scopo in situazione di emergenza.

E già che ci siamo varrebbero molto anche se orientati su energia e ambiente con l’installazione di impianti rinnovabili su larga scala (fotovoltaico/eolico) o bonifiche ambientali di siti industriali medio‑grandi.

Nulla di tutto questo sarà realizzabile con le restrizioni obbligate dalla Ue per quella minuscola percentuale.

Anche per questo si sostiene la necessità di sospendere il patto di stabilità europeo proprio in ragione delle conseguenze provenienti dai conflitti in corso.

Conseguenze che ci colpiscono nelle tasche, con l’aumento dei costi di prodotti essenziali fino alle bollette che paghiamo.

Il governo italiano sta lavorando per trovare ampie alleanze in Europa al fine di sospendere quelle regole che rischiano di strangolarci e che alla fine riguarderanno tutti gli Stati della Ue, per forza di cose, anche se la Von der Leyen finge di non capirlo.

Ma bisogna saper lavorare sugli strumenti a disposizione, previsti anche dallo stesso Patto di stabilità.

Nel sistema di governance economica dell’Ue c’è l’art. 26 che rientra tra le norme che consentono una certa flessibilità nei percorsi di aggiustamento dei conti pubblici, soprattutto in presenza di riforme strutturali rilevanti, investimenti strategici o condizioni economiche particolari, che sono quelle a cui rischiamo di andare incontro.

Ed è su questo che bisogna concentrare la nostra battaglia. Per un Paese con alto debito come l’Italia, l’art. 26 può tradursi in possibili vantaggi.

Ad esempio, l’allungamento del percorso di rientro del debito. Maggiore tolleranza temporanea sul deficit. Riconoscimento degli investimenti pubblici “di qualità”. Vale davvero la pena di provarci.

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