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L'11 maggio 1981 moriva Bob Marley: oggi avrebbe 81 anni e canterebbe contro le guerre

11 Maggio 2026, 13:40

L'11 maggio 1981 moriva Bob Marley: oggi avrebbe 81 anni e canterebbe contro nel guerre

11 maggio 1981, a soli 36 anni, moriva la leggenda del reggae, Bob Marley: attivista, cantautore, chitarrista e anche filosofo della libertà, dell'amore universale e della resistenza degli ultimi. Cosa avrebbe vissuto se fosse ancora qui?

Chi era Bob Marley
Bob Marley morì l'11 maggio di 45 anni fa. Nato nel 1945 a Nine Mile, un villaggio sperduto della Giamaica, da madre giamaicana nera e padre bianco di origine britannica che non riconobbe mai il figlio. Bob crebbe povero, in una baracca di lamiera, ma circondato dalla musica. Fu un personaggio unico: prima di lui, nessun artista giamaicano era riuscito a trasformare il reggae in un linguaggio planetario. Lui ci riuscì con i dreadlock (capelli intrecciati in ciocche), la ribellione pacifica, la lotta contro il razzismo e contro ogni forma di oppressione e la spiritualità rastafariana (movimento religioso giamaicano che venera Hailé Selassié).

Per capire davvero chi fosse Bob Marley, basta ricordare una scena: siamo nel 1978, a Kingston, al One Love Peace Concert. La Giamaica è divisa tra fazioni politiche che si sparano per le strade: il People's National Party socialista di Michael Manley e il Jamaica Labour Party conservatore di Edward Seaga. Bob fa una cosa che nessuno si aspetta: sale sul palco e chiama i due leader rivali, spingendoli a stringersi la mano davanti alla folla. Ecco chi era Bob Marley: uno che non stava né da una parte né dall'altra, ma credeva nella pace.

Gli anni di Nelson Mandela
Se la morte non lo avesse strappato via, uno dei momenti più emozionanti della vita di Bob Marley sarebbe stato l'11 febbraio 1990, il giorno in cui Nelson Mandela uscì dal carcere dopo 27 anni. Il mondo intero guardava quelle immagini in TV: un uomo libero, dignitoso, che non aveva consegnato la propria anima all'odio nonostante tutto. Nella sua autobiografia Lungo cammino verso la libertà, Mandela scrisse: "Sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima". A lui, Bob Marley probabilmente avrebbe dedicato Redemption Song: una preghiera civile sulla liberazione interiore e collettiva. "Emancipate yourselves from mental slavery" (liberatevi dalla schiavitù mentale), recitava in un passo del brano. Certamente sarebbe stato al fianco di Mandela, non come uomo di partito, ma come artista che crede in una causa giusta.

L'11 settembre e le guerre infinite
Poi sarebbero arrivati gli anni più duri: 11 settembre 2001 crollano le Torri Gemelle, si accendono le guerre in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Bob Marley avrebbe condannato il terrorismo, questo è certo, ma avrebbe anche gridato contro la risposta militare infinita. Lo avremmo visto cantare contro la guerra, come fece John Lennon, come fecero i Clash, ma con uno spirito diverso: non scegliere un nemico, ma scegliere la pace.

Ucraina, Gaza e i migranti
E oggi? Marley avrebbe 81 anni. Potremmo immaginarlo con i dread bianchi, meno concerti, meno tour, ma certamente non un vecchietto indebolito nelle sue convinzioni. Forse avrebbe una fondazione oppure collaborerebbe con i figli, molti dei quali hanno continuato la sua strada musicale e culturale come Ziggy, Stephen, Damian, Julian e Ky-Mani. Avrebbe cantato per i bambini di Gaza come fece per il Sudafrica, ricordando che bombardare i civili non è mai giustizia. Avrebbe chiesto la fine dell'invasione russa in Ucraina, ma avrebbe anche cantato per i ragazzi russi mandati al fronte contro la loro volontà. Lo avremmo visto ai concerti per Emergency, nei campi profughi, accanto a chi salva vite in mare, rivendicando, come fa in Exodus, il diritto di ogni essere umano a cercare una vita migliore.

Hailé Selassié: il re che divenne dio
Per capire Bob Marley bisogna capire Hailé Selassié, l'imperatore d'Etiopia che regnò dal 1930 al 1974. Per i rastafariani, Selassié non era un semplice sovrano: era l'incarnazione divina, il messia nero, il simbolo della dignità africana in un'epoca di colonialismo. Quando Selassié visitò la Giamaica nel 1966, migliaia di rastafariani lo accolsero come un dio in terra. Bob Marley fu profondamente influenzato da quella figura: nelle sue canzoni, Selassié rappresentava la speranza di riscatto per tutti i popoli oppressi. Non a caso, il brano War riprende testualmente un discorso contro il razzismo dell'imperatore alle Nazioni Unite nel 1963: "Fino a quando la filosofia che considera una razza superiore e un'altra inferiore non sarà finalmente e permanentemente screditata e abbandonata, ci sarà guerra".

La malattia, la morte e i funerali di stato
Bob Marley morì di melanoma acrale lentigginoso, una forma rara e aggressiva di tumore della pelle. Tutto iniziò nel 1977 con una macchia scura sotto l'unghia dell'alluce destro, durante una partita di calcio a Parigi. I medici gli consigliarono l'amputazione del dito, ma Bob rifiutò: per la fede rastafariana, il corpo è sacro e non può essere mutilato. Tentò cure alternative, ma il cancro si diffuse. Continuò a suonare fino alla fine, fino a quando il corpo non resse più. Morì a Miami, nel letto di un ospedale, lontano dalla sua Giamaica. Dieci giorni dopo la morte, il suo corpo fu trasportato dalla Florida alla Giamaica, dove lo aspettavano centinaia di migliaia di persone. Gli venne dedicato un funerale di stato: un onore riservato ai capi di governo e agli eroi nazionali. Il primo ministro Edward Seaga, lo stesso che Bob aveva costretto a stringere la mano a Manley tre anni prima, pronunciò l'orazione funebre. "Bob Marley non è mai stato visto come una figura divisiva," disse Seaga: "Era un unificatore, una voce per tutti".

La bara, avvolta nella bandiera della Giamaica, fu esposta per tre giorni all'Arena nazionale di Kingston. Code infinite di persone si riversarono da Kingston a Nine Mile, il villaggio di montagna dove Bob era nato e dove aveva chiesto di essere sepolto. Durante la cerimonia, nella bara furono posti alcuni oggetti simbolici: la sua chitarra Gibson Les Paul, una Bibbia aperta al Salmo 23, un germoglio di marijuana (segno della fede rastafariana) e un anello che gli aveva regalato il principe etiope Asfa Wossen, figlio di Hailé Selassié. Fu seppellito a Nine Mile, nella piccola cappella che oggi è diventata un mausoleo visitato da migliaia di persone ogni anno. Sulla tomba, una lapide di marmo con una scritta semplice: "Robert Nesta Marley. 6 febbraio 1945 – 11 maggio 1981. Rest in Peace".

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