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C'è un gesto semplice che il Covid-19 ha reso rivoluzionario: uscire a cena con gli amici. Nel marzo 2020, quando l'Italia si fermò, quella normalità sparì di colpo. Le strade si svuotarono, i ristoranti abbassarono le serrande e il gesto banale di condividere una pizza divenne un ricordo lontano e poi, lentamente, una nostalgia collettiva.
In quel vuoto relazionale, i social network si rivelarono un ponte imprevisto. Strumenti spesso criticati per la loro capacità di isolare, si trasformarono paradossalmente in uno degli ultimi spazi di prossimità possibile: videochiamate, dirette Instagram, messaggi vocali su WhatsApp. La connessione digitale non sostituiva quella fisica, ma la tamponava. Nel primo trimestre del 2020, l'uso dei social media in Italia crebbe del 30%, e in un anno gli utenti attivi aumentarono di ben quattro milioni.
In questo contesto esplose, con la forza di un fenomeno inatteso, TikTok. La piattaforma divenne in pochi mesi la app più scaricata al mondo, con un incremento dei download del 475% in un solo anno in Italia e oltre due miliardi di installazioni globali.
Chiusi tra quattro mura, molti italiani scoprirono in se stessi talenti mai esplorati prima. C'era chi si era rivelato maestro d'impasto, specializzandosi in pizze morbide destinate a diventare virali. C'era chi aveva costruito la propria identità digitale nel beauty, trasformando il proprio bagno in uno studio di trucco. E c'era chi aveva conquistato milioni di visualizzazioni con coreografie e balletti improbabili, riuscendo a strappare un sorriso in uno dei periodi più bui della storia recente. La creatività, privata di ogni sbocco esterno, si riversò sugli schermi.
L'algoritmo di TikTok — capace di amplificare anche profili sconosciuti — divenne una sorta di lotteria del successo democratizzata. Giovani prima invisibili ai radar dell'industria si ritrovarono con centinaia di migliaia di follower, collaborazioni con brand, e la casella postale intasata di pacchi da recensire. Quando la pandemia finì, quell'onda non si ritirò: aveva semplicemente generato una nuova generazione di influencer, plasmata dall'isolamento e dalla noia.
Maggio 2026. Una nave da crociera olandese, la mv Hondius, è ancorata al largo di Capo Verde. A bordo, su 147 persone tra passeggeri ed equipaggio, si contano sette casi di sindrome polmonare da Hantavirus: tre decessi, uno in condizioni critiche, due casi confermati e cinque sospetti. L'OMS segnala la possibilità di una trasmissione interumana — scenario raro per questo virus. Il Ministero della Salute italiano allerta gli uffici di frontiera.
Mentre gli esperti si preoccupano, sui social accade qualcosa di diverso. TikTok non attende. Sul feed scorrono già video ironici, challenge nostalgiche, commenti che rimandano direttamente a quel 2020 che sembrava sepolto.
I contenuti sono immediati, riconoscibili, potenti nella loro semplicità recitano così: "Decidendo se per la pandemia dell'Hantavirus puntare a essere beauty influencer, food blogger, fashion blogger o fare balletti. Devo farmi trovare pronto: sbaglio una volta, due mai". Oppure: "Ci vediamo l'anno prossimo ai TikTok Awards". E ancora: "Coachella, sto arrivando". L'ironia è tagliente. Ma sotto la superficie leggera si muove qualcosa di più profondo.
Il Covid-19 ha lasciato tracce che il tempo da solo non ha cancellato. Dal punto di vista psicologico, la pandemia è stata classificata come un trauma collettivo — un evento che ha colpito simultaneamente milioni di persone, destrutturando le abitudini quotidiane, le relazioni sociali e il senso di sicurezza del mondo. La ricerca accademica ha documentato come questo tipo di esperienze generi un aumento esponenziale del disagio psichico, con effetti particolarmente intensi nei giovani adulti, privi di un bagaglio di esperienze precedenti per contestualizzare l'evento.
Quando nel 2026 arriva la notizia dell'Hantavirus, il cervello non elabora la minaccia da zero: attinge immediatamente al registro del 2020. È quello che in psicologia cognitiva si chiama euristica della disponibilità: gli eventi recenti, intensi e emotivamente carichi vengono richiamati con facilità automatica come riferimento per valutare situazioni simili. La pandemia — con le sue mascherine, le sue quarantene, i suoi notiziari angoscianti — è ancora lì, accessibile, vivida.
A questo si aggiunge un secondo meccanismo: quello della ritraumatizzazione. Il rischio di essere "riaccesi" da una nuova emergenza sanitaria è reale nelle persone che hanno vissuto il lockdown come un'esperienza traumatica irrisolta. La risposta ironica sui social — i balletti, le challenge, le battute — non è semplice leggerezza. È un meccanismo di difesa. L'umorismo, secondo la psicologia, è tra le strategie di coping più efficaci: riduce l'attivazione fisiologica dello stress, abbassa il cortisolo e restituisce all'individuo una sensazione di controllo su ciò che altrimenti lo spaventa. Ridere di una possibile pandemia è, inconsciamente, un modo per addomesticarla prima che arrivi.
Ma c'è una terza dimensione, forse la più interessante. Nel 2020, i video di TikTok nascevano dalla spontaneità dell'isolamento. Nel 2026, il commento ironico "devo farmi trovare pronto" rivela una consapevolezza nuova: il sistema è stato compreso, il meccanismo smontato. L'influencer non è più un fenomeno misterioso, è una possibilità concreta che chiunque può calcolare e pianificare. Questo cambiamento — dalla creatività inconsapevole alla strategia esplicita — dice molto sull'evoluzione del rapporto collettivo con i social media.
C'è però un ulteriore livello di lettura, e sarebbe un errore ignorarlo. I video che scherzano sulla prossima pandemia come opportunità di carriera digitale contengono, in filigrana, una critica velata all'industria dell'influencer marketing. Scegliere "se fare la beauty influencer o il food blogger" equivale a dire: queste figure sono così prevedibili, così intercambiabili, che possono essere programmate in anticipo come una strategia di marketing.
Lo scrolling passivo — quello che porta a comprare l'ultimo rossetto virale, la borsa del momento, le scarpe consigliate da chi ha trecentomila follower — comincia a essere percepito da una parte crescente del pubblico come una pratica stanca, ripetitiva, forse anacronistica. TikTok stesso ha contribuito a questa percezione: la velocità con cui i trend si esauriscono, la serialità dei contenuti, la ripetizione dei formati generano una saturazione inevitabile. Secondo il rapporto del Reuters Institute del 2026, il 39% dei giovani si informa oggi sui social (era il 21% nel 2015), ma molti utenti esprimono crescenti preoccupazioni sulla credibilità delle notizie che vi circolano.
Emerge così una domanda collettiva ancora priva di risposta definitiva: siamo a un punto di svolta? Può TikTok diventare non solo palcoscenico di intrattenimento, ma anche veicolo di informazione seria e verificata? Alcune testate giornalistiche hanno già iniziato a investire sulla piattaforma, cercando di raggiungere un pubblico giovane con contenuti più sostanziali. Ma la credibilità rimane il nodo irrisolto: i contenuti su TikTok sono ancora prevalentemente generati da creator digitali piuttosto che da giornalisti e la velocità del formato favorisce la semplificazione piuttosto che la profondità.
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