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IL PERSONAGGIO

L'incredibile storia di Roberto Savi, l'ex poliziotto killer della Uno bianca: stasera l'intervista di Francesca Fagnani a Belve Crime

Tra il 1987 e il 1994, la banda compì oltre cento azioni criminali, tra cui 24 omicidi e numerose rapine a mano armata

Alfredo Doni

05 Maggio 2026, 12:00

L'incredibile storia di Roberto Savi, l'ex poliziotto killer della Uno bianca: stasera l'intervista di Francesca Fagnani a Belve Crime

Il nome di spicco della puntata di Belve Crime, in onda stasera martedì 5 maggio alle 21.20 su Rai2, programma ideato e condotto da Francesca Fagnani, è sicuramente quello di Roberto Savi, uno dei protagonisti più inquietanti della stagione criminale che ha segnato l’Italia tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Fratello maggiore di Fabio Savi, fu una figura centrale della cosiddetta Banda della Uno Bianca, il gruppo responsabile di una lunga scia di sangue tra Emilia-Romagna e Marche.

Nato nel 1954, Roberto Savi era assistente capo della Polizia di Stato al momento degli arresti. Un elemento che rese la vicenda ancora più sconvolgente: chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei cittadini si rivelò invece uno dei principali artefici di rapine, omicidi e atti di violenza indiscriminata. Il gruppo prese il nome dall'auto utilizzata in molte azioni, una Fiat Uno bianca, diventata simbolo di terrore e impunità.

Tra il 1987 e il 1994, la banda compì oltre cento azioni criminali, tra cui 24 omicidi e numerose rapine a mano armata. Le vittime non furono solo obiettivi “funzionali” ai colpi, come benzinai o commercianti, ma anche cittadini comuni, immigrati e carabinieri, colpiti spesso senza un apparente motivo se non una violenza brutale e incontrollata. La ferocia delle azioni e la capacità di sfuggire a lungo alle indagini alimentarono un clima di paura diffusa.

Roberto Savi viene considerato dagli inquirenti la mente organizzativa del gruppo. Era lui a pianificare molte delle azioni, a mantenere il controllo sugli altri membri e a gestire la logistica. La sua posizione nelle forze dell'ordine gli consentiva inoltre di avere accesso a informazioni utili per evitare controlli e depistare le indagini. Questo aspetto contribuì a ritardare l'identificazione dei responsabili.

L'arresto della banda avvenne nel novembre 1994, dopo anni di indagini complesse e spesso ostacolate da piste errate. Fu proprio una svolta investigativa interna a portare alla scoperta del coinvolgimento dei fratelli Savi e degli altri complici. Il processo che seguì mise in luce la struttura del gruppo e le responsabilità individuali, portando a numerose condanne all'ergastolo.

Nel corso degli interrogatori e del processo, Roberto Savi mostrò tratti di freddezza e lucidità che colpirono profondamente l'opinione pubblica. Nonostante alcune ammissioni, non emerse mai un vero pentimento, né una spiegazione pienamente convincente delle motivazioni alla base di una violenza così sistematica. Gli esperti hanno spesso sottolineato la componente di dominio, controllo e progressiva escalation criminale all'interno del gruppo.

La vicenda della Uno Bianca rappresenta ancora oggi una delle pagine più oscure della cronaca italiana recente. Il caso sollevò interrogativi profondi sui controlli interni alle forze dell'ordine e sulla capacità dello Stato di individuare tempestivamente deviazioni così gravi al proprio interno.

Roberto Savi sta scontando la pena dell'ergastolo. La sua figura resta legata a una stagione di paura e a una delle più gravi serie di delitti commessi in Italia nel dopoguerra. Una storia che continua a interrogare la memoria collettiva e a richiamare l'importanza della legalità e della trasparenza nelle istituzioni.

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