televisione
Ieri sera, lunedì 20 aprile, la seconda puntata de I Cesaroni – Il ritorno ha frenato dopo il boom dell’esordio. Se al debutto la fiction di Canale 5 aveva riportato la Garbatella in trionfo, con oltre 3,4 milioni di spettatori e più del 22% di share, questa settimana il pubblico si è assestato su numeri più bassi, intorno ai 2,3 milioni e al 16,9% di share, in sostanziale testa a testa con La Buona Stella di Rai1. Un calo netto, superiore al milione di telespettatori, che racconta bene la differenza tra l’effetto evento della prima serata e la fisiologica normalizzazione al secondo appuntamento.
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La domanda, a questo punto, è inevitabile: che cosa è successo a I Cesaroni nel giro di sette giorni? Una prima spiegazione sta proprio nella natura del ritorno. La settimana scorsa il marchio storico, la curiosità di rivedere Claudio Amendola nei panni di Giulio e la nostalgia di un titolo generazionale avevano trasformato la prima puntata in un piccolo evento televisivo, capace di catalizzare anche chi non seguiva più la tv generalista con continuità. Lunedì 20 aprile, invece, a curiosità soddisfatta, la serie ha dovuto camminare sulle proprie gambe, misurandosi con il gradimento reale delle nuove storie e del nuovo assetto di cast.
Qui entra in gioco un secondo elemento: l’assenza di alcuni volti centrali che hanno costruito il mito de I Cesaroni. Se è vero che la serie ha provato a rinnovarsi, portando in scena nuove generazioni e dinamiche aggiornate, è altrettanto vero che una parte dei fan storici non ha ritrovato fino in fondo la famiglia allargata di un tempo. Sui social, già dopo la prima puntata, in molti avevano fatto notare quanto pesasse il venir meno di certi personaggi simbolo, una mancanza che alla lunga può indebolire l’effetto nostalgia e rendere più fragile la fidelizzazione al secondo appuntamento.
Ma ridurre il calo degli ascolti a una questione di cast o di trama rischia di essere semplicistico. C’è un fattore esterno che negli ultimi giorni è diventato il vero imputato: l’orario di messa in onda. La prima serata delle reti generaliste, e di Mediaset in particolare, si è spostata sempre più avanti, fino a sfiorare le 22 per l’inizio effettivo delle fiction.
Nel caso dei Cesaroni il tema è esploso con forza. L’abbinata Gerry Scotti–fiction fa bene agli ascolti complessivi di Canale 5, ma il rovescio della medaglia è un prime time che di fatto parte quando, in altre epoche televisive, si era già a metà puntata. Lunedì 20 aprile moltissimi utenti hanno raccontato sui social di aver rinunciato a seguire tutta la serata proprio per la stanchezza legata ai tempi dilatati: si comincia tardi, ci sono molte interruzioni pubblicitarie e si finisce a notte fonda, spesso dopo mezzanotte. Questo malumore racconta qualcosa che va oltre il singolo titolo. I Cesaroni – Il ritorno funzionano ancora come brand, hanno una base di pubblico affezionata e un potenziale trasversale, ma vengono costretti dentro un modello di palinsesto che sembra concepito più per spremere al massimo l’access che per rispettare i ritmi di chi guarda. Il risultato è paradossale: si lavora mesi per costruire un grande ritorno, si investe su un titolo popolarissimo, poi lo si colloca in una fascia in cui, per seguirlo davvero, serve quasi una maratona.
Non è detto che la curva sia irreversibile: se la scrittura saprà agganciare gli spettatori e il passaparola resterà positivo, la serie potrebbe stabilizzarsi su numeri solidi per Canale 5. Tuttavia resta una domanda che, dopo la serata del 20 aprile, si fa sempre più pressante: ha ancora senso parlare di prima serata se il racconto comincia quando molte famiglie stanno già spegnendo la luce? Forse, più che interrogarsi solo sul perché I Cesaroni calano, bisognerebbe chiedersi se non sia il caso di farli semplicemente iniziare prima.
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