Il personaggio
Per i ragazzi era "don Spritz", don Marco Pozza all'epoca era un giovane sacerdote che voleva dare forma a "una Chiesa che stava nelle piazze più che nelle sacrestie". "Lo spritz a Padova non è solo un aperitivo, è un modo di incontrarsi, discutere, creare amicizie", ha rivelato il parroco al Corriere della Sera, motivo per il quale oggi non rinnega quell'appellativo goliardico. Inizi che il parroco del carcere Due Palazzi di Padova definisce "imperfetti", ma con la consapevolezza che lo hanno aiutato a gettare le basi di chi è diventato. La svolta è arrivata nel 2016, grazie all'incontro con Papa Francesco: "Fu il mio punto di salvezza. Mi ha aiutato a correggere la traiettoria. A 24 anni avevo scoperto di avere dei talenti e mi gratificava piacere alla gente, ma ho rischiato di perdermi. Papa Francesco mi ha fatto vedere la retta via e in carcere, dieci anni fa, ho trovato il habitat".
Tra i detenuti don Marco ha trovato "un microcosmo che nemmeno immaginavo", fatto di persone, storie e futuro. "Per me è stato un premio, una rivoluzione feconda. Mi ha aiutato a ridisegnare il mio sacerdozio. Ho prestato ascolto a persone che sono anche altro oltre al male, che può insinuarsi in tutti. Tutte le storie, se le ripulisci dal male, arrivano al cuore. L'arte della rieducazione, il riparare, dipende solo dalle persone".
Tra i lunghi corridoi e quelle tante chiacchierate, il passato di alcuni pesa più di quello degli altri. "Camminare con Donato Bilancia, un serial killer autore di 17 omicidi e condannato a 13 ergastoli, è stato come un dottorato a Harward. Scendere nel suo abisso, vedere il male e poi assistere a come si è riaccesa in lui la nostalgia del bene, è stato di grande ispirazione. Devo dirgli grazie. In 20 anni di galera ha scontato tutto, non ha mai ricevuto un minuto di permesso premio. È morto per volontà di Dio e io sono convinto della sua conversione".
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