Teatro
Dopo il debutto romano al Teatro Sistina, Il ragazzo dai pantaloni rosa arriva al Teatro Lyrick martedì 31 marzo alle ore 21.15, segnando la prima tappa “fuori casa” della tournée che prenderà il via in autunno. Un passaggio che per il regista Massimo Romeo Piparo ha il sapore di un vero debutto nazionale: è qui che lo spettacolo incontra un nuovo pubblico e misura la propria capacità di parlare, soprattutto, alle giovani generazioni.
Lo spettacolo porta in scena la storia vera di Andrea Spezzacatena, il quindicenne che si tolse la vita dopo essere stato vittima di bullismo e cyberbullismo: un racconto intenso e necessario che si trasforma in teatro musicale per parlare soprattutto alle nuove generazioni.
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L’adattamento, in forma di juke box musical, è curato dallo stesso Piparo insieme a Roberto Proia, sceneggiatore dell’omonimo film rivelazione prodotto da Eagle Pictures e Weekend Films, candidato ai David di Donatello 2025. Nel ruolo di Andrea torna Samuele Carrino, già protagonista del film e volto molto amato dal pubblico più giovane. Nel cast anche Rossella Brescia (la madre) e Christian Roberto. Ne abbiamo parlato con il regista.
- Piparo, dopo il Sistina, il Lyrick rappresenta una vera prima?
Diciamo la prima tappa fuori Roma, fuori casa. È il momento in cui lo spettacolo inizia davvero il suo viaggio, incontrando pubblici diversi.

- Ha scelto la formula del jukebox musical per una storia così delicata. Come ha lavorato su questo equilibrio?
È stata la sfida creativa più grande: trovare le canzoni giuste. Ho ormai una lunga esperienza con il jukebox musical, da Mamma Mia! con gli Abba a We Will Rock You dei Queen, fino a Moulin Rouge!. Qui però partivamo da una storia vera e molto dura. La musica mi ha permesso di darle leggerezza ed energia emotiva, rendendola più accessibile, soprattutto ai giovani.
- Qual è stato il criterio nella scelta dei brani?
Ascolto moltissima musica, di ogni genere. Per questa storia ho guardato in particolare a cosa ascoltano i ragazzi oggi. Ho scelto canzoni che sembrano scritte apposta per il racconto: l’obiettivo era evitare qualsiasi forzatura e creare un’aderenza naturale tra musica e drammaturgia.
- Il brano di Arisa è il cuore emotivo dello spettacolo?
Sì, era già il brano del film e non poteva mancare. Diventa una sorta di rifugio emotivo per il protagonista: lo compone al pianoforte e lo lascia come messaggio, fino al finale corale in cui tutto il cast lo canta come un grande gospel.
- Come ha lavorato con Samuele Carrino nel ruolo di Andrea, lui che è stato protagonista anche nel film?
Samuele ha un talento straordinario. In questo spettacolo fa tutto: canta, balla, recita, emoziona. È un ruolo che metterebbe in difficoltà anche attori esperti di musical, e lui – a soli 16 anni – lo affronta con una padronanza sorprendente. Rispetto al film è cresciuto molto e qui dà davvero il massimo.
- Ha scelto di inserire il personaggio di Andrea adulto (interpretato da Christian Roberto) come narratore. Rappresenta una sorta di sliding door? Che tipo di prospettiva offre allo spettatore vederlo come sarebbe potuto essere oggi?
Sì è una sorta di sliding door. Mostro Andrea come sarebbe oggi se avesse preso un’altra strada. Quel gesto fatale dura pochi secondi: se in quei secondi accadesse qualcosa di diverso, tutto cambierebbe. È anche un modo per dire al pubblico: questa storia può avere un altro finale.
- Che impatto ha avuto questa scelta registica sul pubblico del Sistina?
Molto positivo. Aiuta a entrare subito nella storia e a non esserne sopraffatti. Il narratore diventa una guida, quasi un coro greco che accompagna lo spettatore.
- Sono previste matinée per le scuole. Che risposta si aspetta dai ragazzi?
A Roma avevamo l’80% di pubblico giovane: è stato il risultato più bello. Cantano, partecipano, seguono con entusiasmo. E alla fine dicono: “Se i musical sono così, vogliamo vederne altri”. È la soddisfazione più grande.
- Il finale resta comunque molto forte…
Sì, il pugno nello stomaco arriva. Ma sempre accompagnato dalla musica, che aiuta a elaborare l’emozione.
- Quanto ha contato il confronto con la madre di Andrea, Teresa Magers?
È stato fondamentale. Ha avuto un coraggio enorme nel raccontare questa storia. Mi ha dato libertà totale, chiedendomi solo di essere utile. Questo mi ha permesso di lavorare senza filtri ma con grande rispetto.
- In scena la madre è interpretata da Rossella Brescia. Che ruolo ha questa figura nello spettacolo?
È uno dei punti emotivi più forti. Il rapporto tra madre e figlio è centrale e Rossella riesce a restituirlo con grande intensità.
- Il film avrà un remake americano diretto da Nick Cassavetes. Ritiene che il suo musical possa avere lo stesso potenziale di esportazione all'estero per trattare il tema universale del cyberbullismo?
Ce lo auguriamo. È una storia universale, il tema del bullismo riguarda tutto il mondo. Certo, il jukebox andrebbe adattato con musiche locali o internazionali, ma qualche possibilità soprattutto in Europa c’è.
- Al di là del botteghino, qual è il risultato che auspica di più?
Tenere i ragazzi fermi, attenti, immersi per due ore. Oggi sono abituati a cambiare contenuto in pochi secondi. A teatro invece il tempo si ferma. Vederli così coinvolti è il vero successo.
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