perugia
Che cosa può dirci oggi San Francesco? Il suo messaggio può avere ancora un valore nel mondo in cui viviamo? Sono queste le domande che costituiscono il filo conduttore di Franciscus - il folle che parlava agli uccelli, l'opera di Simone Cristicchi andata in scena mercoledì 25 febbraio al Teatro Morlacchi di Perugia.
Visualizza questo post su Instagram
Uno spettacolo che affonda le sue radici nel dualismo tra follia e santità, separate da un confine così labile che - usando le parole dell’artista - "sembra non esserci". L'opera affronta i temi della povertà, della ricerca della perfetta letizia, della spiritualità universale e dell'utopia necessaria di una nuova umanità capace di vivere in armonia con il creato. Temi che, nel frastuono della società contemporanea, diventano ancora più urgenti e vividi.
L'opera, alternando monologhi e canzoni inedite, racconta la vita del "Santo di tutti" attraverso un doppio livello narrativo curato interamente dal cantautore romano. Da un lato, il piano narrativo, dove Cristicchi indossa cappello e tonaca per diventare Cencio, venditore di stoffe e diretto concorrente di Pietro di Bernardone (padre di Francesco); attraverso questo personaggio, viene ripercorsa la biografia del Santo scritta da chi gli fu vicino (Nos, qui cum eo fuimus). Dall'altro, un piano riflessivo, in cui Simone - spogliato dai panni di Cencio - apre un confronto tra la vita del Poverello d'Assisi e il senso del suo messaggio oggi. Ciò che emerge è l'umanità più pura di Francesco, che non trascura la crisi, i dubbi e i momenti di difficoltà affrontati dall'uomo.
Cencio incarna i sospetti dei contemporanei del Santo, osservando le sue opere con diffidenza e con la ferma convinzione che i poveri debbano stare con i poveri e i ricchi con i ricchi, liquidando lo spirito di Francesco come un semplice capriccio. Questa visione di rigida stabilità sociale, tuttavia, si evolve nell’ora e mezza di spettacolo, fino all'accettazione finale del messaggio francescano da parte dello stracciaiolo girovago proprio davanti a "Sorella Morte": “È possibile, si può fare una scala orizzontale, dove ognuno ha uguale dignità”.
"Ma che senso può avere, dopo ottocento anni, raccontare la storia di un radicale come Francesco, se il suo cammino è qualcosa che al massimo possiamo fare a piedi?", si chiede Cristicchi. "Io Francesco lo amo e lo odio. Lo amo perché è di tutti e lo odio perché non è per tutti. Lo odio perché io non ho la sua fede incrollabile, e lo amo perché lui riesce a fraternizzare con tutto. Anche con la cosa più spaventosa e definitiva: Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare".
L'opera si conclude con una celebrazione del messaggio universale di pace di San Francesco: "L'infinito siamo noi quando pensiamo che tutto ci riguarda, quando crediamo che tutto sia ancora possibile, quando ci sentiamo parte di una nuova umanità che non faccia più guerra alla pace".
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy