curiosità
Collezione Burri Ex Seccatoi del Tabacco
Nel cuore dell'Umbria, a Città di Castello, sorge uno dei musei d'arte contemporanea più straordinari e suggestivi d'Italia: gli Ex Seccatoi del Tabacco, sede della Collezione Burri. Un luogo dove l'arte monumentale di Alberto Burri si fonde con l'architettura industriale, creando un'esperienza unica al mondo.
Il complesso industriale nacque alla fine degli anni Cinquanta per l'essiccazione del tabacco tropicale. Nel 1966, a seguito dell'alluvione di Firenze, la struttura venne messa a disposizione per il recupero di innumerevoli libri e documenti provenienti da biblioteche e istituzioni fiorentine. Negli anni Settanta la coltivazione del tabacco diminuì e con essa anche l'utilizzo dei seccatoi, che sembrarono destinati all'abbandono.
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La svolta artistica avvenne nel 1978, quando uno degli undici seccatoi fu concesso in uso gratuito ad Alberto Burri come atelier. Nel 1979 quello spazio fu aperto alla critica e al pubblico per la presentazione del primo vasto ciclo pittorico denominato Il Viaggio. Nel 1989 l'intero immobile venne acquisito dalla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri per espressa volontà dell'artista, e immediatamente iniziarono i lavori per il recupero e l'adattamento museale.
Lo spazio espositivo, aperto al pubblico nel 1990, ospita 128 opere realizzate dal 1974 al 1993 e tutta l'opera grafica negli ambienti sottostanti. Il complesso è composto da 9 ex seccatoi suddivisi in 11 sale, per una superficie complessiva di 7.500 mq, con uno sviluppo di 1.250 metri lineari e un'altezza che raggiunge i 15 metri.
All'esterno della struttura, completamente dipinta di nero come voluto da Burri, fanno da contrappunto tre monumentali sculture: il Grande Ferro K del 1982, presentato alla rassegna "documenta 7" di Kassel nello stesso anno; il Grande Ferro Sestante, parte integrante del ciclo omonimo esposto a Venezia nel 1983; e il Grande Ferro U del 1990, realizzato appositamente per essere collocato in questa sede espositiva.
L'eccezionalità di questa realtà museale risiede nel fatto che rappresenta l'ultima preziosa creazione dell'artista: a lui si devono la scelta delle architetture, i principi che hanno guidato il recupero, la scelta delle opere e la loro collocazione. L'allestimento è sobrio e funzionale, con le opere disposte con grande misura negli ampi spazi per un'armonica visione generale.
Le opere della sala-vestibolo costituiscono il trait d'union tra le opere della Collezione Burri presenti nella sede di Palazzo Albizzini e quelle allestite nelle altre sale degli Ex Seccatoi. Le tre opere trovano spazio in un ambiente ricavato mediante una divisione dell'intera grande "navata". Esse rendono emblematiche alcune delle numerose qualità ottenute da Burri nell'elaborazione delle materie acriviniliche su cellotex e delle plastiche combuste trasparenti, ponendo in evidenza il controllo magistrale della casualità scaturita dal processo di formazione.

Il cellotex, materiale prodotto ad uso industriale per realizzare pannelli isolanti – composto da impasto ligneo compresso e altri componenti – viene impiegato fin dagli anni Cinquanta come supporto in molte opere di Burri. A partire dagli anni Settanta diventa materia basilare nella creazione artistica del Maestro, che lo elabora attraverso molteplici interventi tecnici, rendendolo superficie protagonista dell'opera.
Anche questa sala, ricavata dalla divisione dell'intera seconda grande "navata", annovera tre Cellotex e una scultura in acciaio verniciato. Nell'allestimento delle opere, Burri ha evidenziato le relazioni di forma, colore e spazio tra loro esistenti. Queste opere introducono i successivi grandi cicli pittorici che hanno caratterizzato l'azione di Burri dalla metà degli anni Settanta fino ai primi anni Novanta.
L'insieme dei dipinti denominato Il Viaggio, presente in questo ambiente, riassume in dieci vaste superfici le molteplici esperienze pittoriche dell'artista. Nemo Sarteanesi, alla guida della Fondazione Burri sin dalla prima ora, definì il ciclo di opere ideate per la mostra personale di Burri presso la Staatsgalerie Moderne Kunst di Monaco di Baviera, allestita nel marzo-aprile 1980.

Il gruppo di dipinti Il Viaggio ben visualizza il percorso linguistico di Burri, sottolineando più di un aspetto distintivo delle sue concezioni ed elaborazioni mediante l'impiego di materiali diversi. Tra le opere si annoverano Il Viaggio 1 (250x250 cm, superficie in acciaio e acrilico sul telaio), evidente omaggio a Piero della Francesca della "Madonna del Parto" a Monterchi, e Il Viaggio 2 (250x250 cm, plastica, combustione su telaio), Il Viaggio 4 (250x375 cm, acrivinilico su cellotex) e Il Viaggio 9 (250x375 cm, acciaio su telaio).
Invitato ad esporre nel Forte Belvedere di Firenze, Burri optò invece per l'edificio di Orsanmichele. Il ciclo di dipinti del 1980 su cellotex, realizzati in occasione della mostra personale presso gli ex granai di quella fabbrica gotica, si compone di nove opere denominate Orti. L'assenza dei sacchi, pur evidente in questo ciclo di opere, è un eloquente segno della volontà dell'artista di sottrarsi dall'essere riconosciuto solo come "l'artista dei Sacchi".
Le diciassette grandi opere in acrilico su cellotex esposte in questa sala, insieme alla scultura Grande Ferro Sestante situata nell'area verde antistante gli Ex Seccatoi, compongono la mostra concepita e realizzata per gli ex cantieri navali della Giudecca di Venezia. Il Sestante, strumento tradizionale idoneo a calcolare la posizione della navigazione su una mappa nautica e aerea, ispira la pittura che, pur eseguita con materiali e tecniche diverse, resta il linguaggio invariato per conseguire l'obiettivo di sempre: raggiungere l'esatta entità dello spazio mediante gli equilibri armonici, la forma e il colore.

La titolazione di questo ciclo di tredici Cellotex, dipinti ad acrilico e vinavil di difformi dimensioni, rinvia semplicemente alla dominanza dei due colori amati da Burri, presenti in quasi tutte le sue opere, anche se non è assente il bianco in apprezzabili campiture. Creato per l'esposizione personale alla Galerie des Ponchettes di Nizza nel 1984, per suggerire il rapporto tra Città di Castello e la città francese dove risiede dal secondo dopoguerra una consistente comunità tifernate. Poco distante da Nizza, a Beaulieu-sur-Mer, Burri trascorse gli ultimi anni della sua vita, tornando di frequente a Città di Castello.
In questa sala diversi Cellotex, realizzati nell'arco temporale 1975-1984, sono stati affiancati e identificati da Burri come ciclo attraverso il comune denominatore del cellotex. La loro diversità di ideazione e elaborazione ha costituito per Burri il motivo per ritenerli organicamente appartenenti ad una decade determinante per la loro affermazione. La diversità di tensioni riscontrabile in queste opere ha suscitato una riflessione relativa ad una fase nuova dell'opera di Burri, da una temperie drammatica a una più pacata attitudine a definire l'immagine con diversa complessità e monumentalità.
Burri ha fatto pochissimo uso dei titoli per le proprie opere, perlopiù denominate mediante il nome stesso delle materie impiegate o del colore che le distingue. Il ciclo di dipinti conservato in questa sala, denominato Annotarsi (1985-1987), si prospetta ideato e realizzato nella duplice attitudine, persino ambiguamente, di chi "rifiuta di annotarsi" ma anche di chi si indirizza concretamente verso l'oscurità delle tenebre e della notte.
Le opere presenti in questa sala sono state selezionate da due cicli: Annotarsi 1, presentato a Roma nel 1985, e Annotarsi 2, esposto alla XLIII Biennale di Venezia nel 1988. La decorazione delle pareti in colore nero è stata voluta da Burri per esaltare opacità e brillantezza, maggiore e minore saturazione del nero, uniformità e difformità oppure ruvidità o levigatezza delle superfici dipinte.
Successivo al ciclo Annotarsi, esposto alla XLIII Biennale di Venezia, questo gruppo di nove dipinti incorpora la frase "Non ama il nero" mediante il disegno di lettere singole o coppie di lettere alfabetiche. Burri ha scomposto il testo ironicamente rivolto alla recensione critica poco benevola verso i suoi Neri del ciclo Annotarsi esposti alla biennale veneziana del 1988.
Questa esperienza unica nel repertorio pittorico di Burri si avvale di elementari figure geometriche piane, triangoli, cerchi, linee verticali, orizzontali, diagonali per tracciare e al contempo mimetizzare la suddetta frase, dimostrando un'insolita vena ludica quando si scopre che la sequenza di dipinti, tutti ad acrilico su cellotex, trascende e al contempo visualizza la proposizione "Non ama il nero".
Le dodici grandi opere dipinte con colore acrilico nero su tela o su cellotex diversamente applicato su compensato o su tela, dispiegano sulle pareti di questo ennesimo ambiente, tinteggiato anch'esso completamente di nero, un'eloquente serie di formalizzazioni spaziali. Le valenze pittoriche dell'opacità, della brillantezza e luminosità, del ruvido o del liscio delle superfici trattate da Burri giungono ad ottenere più gradi del colore da lui più amato, facendo di questo ciclo uno dei momenti più alti della maturità metafisica e linguistica dell'artista.
Entrato nel 1992 a far parte della raccolta dei grandi cicli pittorici, questo ciclo denominato Metamorfotex (1991) è un omaggio al celebre racconto di Franz Kafka "La Metamorfosi" ed è, nel suo insieme, opera palindroma. La successione ambigua, priva dell'intervallo dei dipinti tra loro, e lo scandito processo di trasformazione cromatica delle diverse superfici intagliate del cellotex, dal colore sabbia al colore nero, evoca la drammatica narrazione dello scrittore di Praga.
Questi nove Cellotex, ideati e realizzati da Burri per una mostra da tenersi proprio nel Castello di Praga, non vi sono mai giunti e per volontà dell'artista sono stati collocati in quest'ultimo ambiente degli Ex Seccatoi.
Ultimo ciclo concepito ed eseguito con un richiamo esplicito all'antico, questo ciclo di opere pone il nero acrilico, emblematico per Burri, accanto all'oro steso sul cellotex in foglie come tessere musive. La relazione cromatica e le forme delineate da Burri nei Cellotex suscitano echi che dalla pittura bizantina giungono sino alla secessione austriaca e al XX secolo. Con questa sequenza di dipinti si conclude il percorso dei grandi cicli destinati da Burri a questi ambienti.

Tra le due sculture in ferro modellate secondo il "cretto", l'opera che suggerisce la sala M precede l'omologa, ma di maggiori dimensioni, situata nella sede della Collezione di Palazzo Albizzini. Le tre sculture nello spazio verde antistante gli Ex Seccatoi traggono forme e colore in parte derivate dalla morfologia delle superfici intagliate dei Cellotex. La Scultura (304x150, 5x61,5 cm), come il Grande Ferro (518x198x61 cm) di Palazzo Albizzini e il Grande Nero, oggi situato negli ambienti della Rocca Paolina, si erge nella forma di un monolite diversamente forgiato e dotato di una misura antropometrica più che monumentale.
Il 12 marzo 2017 è stata inaugurata l'esposizione permanente dell'Opera Grafica di Burri, collocata negli spazi sottostanti al piano rialzato degli Ex Seccatoi dopo un recupero degli stessi, secondo quanto desiderato dal Maestro. Si tratta di circa duecento opere che rappresentano l'intero corpus grafico realizzato dall'artista, frutto della collaborazione di Burri con pochi e selezionati stampatori.
L'Opera Grafica di Burri nasce e si sviluppa negli anni Cinquanta con due opere sperimentali: Muffa e Combustione, realizzate con la Stamperia Castelli di Roma. Nel 1962 Burri, riprendendo un progetto interrotto nel 1953, crea tre acqueforti per illustrare il libro di poesie di Emilio Villa dal titolo 17 Variazioni su temi proposti per una pura ideologia fonetica. La Combustione del 1964 e la serie di sei tavole del 1965, titolata Combustioni, realizzate in acquaforte e acquatinta per la Galleria Marlborough di Roma, rappresentano il risultato straordinario della stretta collaborazione fra Alberto Burri e lo stampatore Valter Rossi.
Con la serie delle Lettere del 1969 compaiono le prime serigrafie dove il colore è presente in molteplici variazioni, poi amplificate nelle varie serie degli anni Settanta e Ottanta. L'esposizione prosegue con Bianchi e Neri I (1967-1968) e Bianchi e Neri II (1969), che si fronteggiano in pareti opposte, serie in litografia, calcografia e collage d'acetato. La caratteristica fondamentale – l'utilizzo di fogli di acetato sovrapposti al colore – sarà un metodo adottato subito dopo dall'artista in opere uniche.
Presenza Grafica (1972) ha un formato quadrato di 95,5x95,5 cm, assolutamente innovativo per l'epoca. L'International Association of Art in collaborazione con l'UNESCO fra la fine del 1969 e l'inizio del 1970 promuove l'edizione di una cartella di grafiche commissionata alla 2RC. Valter Rossi coinvolge in primis Alberto Burri quale presenza italiana, che partecipa con l'opera Bianco e Nero (1971). Nel progetto vengono coinvolti artisti del calibro di Joan Miró, Alexander Calder, Louise Nevelson e Roberto Sebastian Matta.
Le serigrafie esposte in questa sala richiedono tre anni di lavoro che vede impegnati in egual misura l'artista e lo stampatore. Cesare Brandi scrive delle tempere dalle quali le stampe derivano: "quei colori, infiniti colori nelle loro variazioni raffinate riescono ad opporsi per diversità, non a raggrupparsi per affinità".
A distanza di un decennio, Burri e Villa collaborano a un nuovo progetto. Una copertina in pergamena con il titolo Saffo scritto in oro con caratteri greci raccoglie dieci litografie dell'artista e poesie di Saffo tradotte in italiano dai papiri di Ossirinco, a cui Villa ha lavorato per anni. Le matrici per le litografie sono disegnate a pennarello, tecnica del tutto inusitata nel panorama pittorico dell'artista, ma assolutamente consona a restituire sulla carta la fluidità coloristica atta a tradurre in pittura i versi della poetessa greca.
L'Istituto Italiano di Cultura di Helsinki coinvolge Alberto Burri per un omaggio italiano al grande architetto Alvar Aalto. La grafica del 1977 richiama fortemente il linguaggio formale dell'architetto con l'andamento sinuoso delle linee colorate, mantenendo un equilibrio dinamico calibrato tra forme e colori.
Nella Sala 7 (1981) Burri lavora a dieci Multiplex con una tecnica non assimilabile alla grafica tradizionale: si tratta dell'assemblaggio di forme ricavate su cartone rosso, nero, beige e incollate su un supporto di stessa matrice.
Nella Sala 8 (1985) l'arte di Burri è completamente dedicata al nero in tutte le sue sfumature, sia nel primo nucleo del ciclo Annotarsi.
Nella Sala 9 (1988) alla serie dei dieci Mixoblack, l'artista lavora con Luis e Lea Remba, stampatori a Los Angeles, che nel 1984 hanno depositato il marchio Mixografia, riconosciuto ufficialmente in vari paesi, quale processo di stampa originale con il quale si ottengono opere moltiplicate con gli stessi valori materici delle opere uniche.
Nella Sala 10 (1989) il Maestro, in collaborazione con la Stamperia Multiplo Serigrafico di Nuvolo, al secolo Giorgio Ascani, anch'egli nativo tifernate, realizza una serie di sedici serigrafie coloratissime derivanti in parte da piccole tempere degli anni Settanta, dal titolo Sestante.
Nella Sala 11 (1992-1994) l'artista crea le tre serie grafiche che saranno oggetto della donazione al Gabinetto di stampe e disegni della Galleria degli Uffizi: Cellotex (sei serigrafie del 1992), Oro e Nero nel 1993 (serie di dieci serigrafie e foglia d'oro) e il Tritticodel 1994 (una cartella di tre serigrafie e foglia d'oro).
Nella Sala 12 l'attività grafica di Burri si chiude nel 1994 con la serie dei dieci Monotex, dal formato di 70x100 cm, compiute da Baldessarini, dove viene ripresa la tecnica già impiegata per i Multiplex del 1981, ma con una maggiore differenziazione degli spessori per una composizione molto serrata. Lo stesso modulo si ripete nei dieci pannelli, sottolineando le varie forme dell'insieme, rilevate in nero una alla volta, consegnando un'efficace lettura e una totale comprensione dell'opera.
La Sezione documentaria completa e arricchisce la visita delle tre raccolte museali della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri: quella delle opere di Burri dal 1948 al 1985 collocata in Palazzo Albizzini e le altre due situate negli Ex Seccatoi del Tabacco, dedicate rispettivamente ai grandi Cicli degli anni Settanta-Novanta e all'Opera Grafica.
La vita di Alberto Burri è interamente ripercorsa fin dalla sua nascita a Città di Castello il 12 marzo 1915, presentandone le molteplici esperienze in campo pittorico-scultoreo e architettonico, gli incontri con i critici e gli artisti, le mostre personali, le partecipazioni a rassegne internazionali e i testi specialistici. La prima parte della Sezione documentaria è strutturata in dieci proiezioni multimediali che trattano gli esordi pittorici dell'artista, l'incontro con la realtà romana del dopoguerra e l'avventura statunitense che lo porta ad essere uno dei maestri europei più esposti negli USA negli anni Cinquanta.
La seconda parte si avvale delle moderne tecnologie informatiche e, attraverso l'uso di touch-screen, permette la consultazione di numerosi testi critici e storici, dépliant, riviste, cataloghi di mostre personali e di importanti esposizioni collettive a livello internazionale.
I musei della Collezione Burri, la Biblioteca, l'Archivio storico e la Sezione documentaria fanno di Città di Castello uno dei centri italiani più autorevoli e importanti, sia per qualità che per quantità, dove apprendere e studiare l'arte di Alberto Burri e del secondo Novecento.
Gli Ex Seccatoi del Tabacco rappresentano un caso pressoché unico nel panorama museale internazionale: un artista che ha progettato il proprio museo, scegliendo personalmente le architetture, guidando il restauro e decidendo la collocazione di ogni singola opera. Dalla fine degli anni Settanta al monumentale, Burri ha creato grandi cicli pittorici — insiemi di opere inscindibili a struttura polifonica — pensati per spazi specifici che hanno trovato negli ex seccatoi la sistemazione ideale.
Il criterio di restauro di Palazzo Albizzini e degli Ex Seccatoi del Tabacco, pur trattando due tipi diversi di architettura, risulta lo stesso: massimo riguardo delle rispettive peculiarità, con un allestimento sobrio e funzionale all'esposizione delle opere, disposte con grande misura negli ampi spazi per un'armonica visione generale. Un luogo dove l'arte contemporanea dialoga con la storia industriale dell'Umbria, offrendo ai visitatori un'esperienza immersiva e irripetibile.
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