curiosità
La Scarzuola
Nel cuore verde dell'Umbria, tra i boschi e le colline della provincia di Terni, si nasconde un luogo che sfugge a ogni definizione: La Scarzuola. Un complesso architettonico unico al mondo dove il sacro incontra il profano, il sogno si intreccia con la pietra e un antico convento francescano convive con una visionaria "città ideale" nata dalla mente di uno dei più eclettici architetti italiani del Novecento. Situata nella frazione di Montegiove, nel comune di Montegabbione, la Scarzuola è un'esperienza che merita di essere vissuta almeno una volta nella vita.
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La storia della Scarzuola affonda le radici nel 1218, quando — secondo la tradizione — San Francesco d'Assisi, di ritorno da Roma, si fermò in quest'area ricca di vegetazione e sorgenti d'acqua. Il Santo costruì una capanna utilizzando una pianta palustre tipica della zona chiamata scarza, da cui deriverebbe il nome del luogo. Nel punto in cui Francesco piantò un cespuglio di alloro e una rosa, sgorgò miracolosamente una fontana, ancora oggi oggetto di devozione.
Per ricordare l'avvenimento, nel 1282 il nobile Nerio di Bulgaruccio dei Conti di Montegiove, ramo della famiglia dei Conti di Marsciano, fece edificare una chiesa dedicata alla Santissima Annunziata e un piccolo convento francescano. La chiesa divenne per quasi sette secoli patronato e luogo privilegiato di sepoltura dei Conti di Marsciano: qui vennero tumulati circa novanta membri della famiglia, l'ultimo dei quali fu il conte Francesco di Marsciano nel 1820. Nell'abside della chiesa si conserva un affresco della prima metà del XIII secolo raffigurante San Francesco in levitazione, considerata una delle più antiche rappresentazioni del Santo, ancora fuori dai canoni dell'iconografia ufficiale. Il convento fu affidato ai Frati Minori Osservanti Riformati, che lo abitarono fino alla fine del Settecento, quando venne progressivamente abbandonato.
La seconda, straordinaria vita della Scarzuola inizia nel 1956, quando l'architetto milanese Tomaso Buzzi (Sondrio, 1900 – Rapallo, 1981) acquista l'intero complesso conventuale con i terreni circostanti.
Buzzi era una figura poliedrica del Novecento italiano: laureato al Politecnico di Milano, collaboratore di Gio Ponti, fondatore dell'associazione di arti decorative "Il Labirinto", direttore artistico della celebre vetreria Venini di Venezia tra il 1932 e il 1934. Tra gli anni Venti e Trenta fu uno dei principali interpreti del Déco italiano e divenne l'architetto prediletto della più esclusiva aristocrazia e alta borghesia del Paese, lavorando per famiglie come gli Agnelli, i Volpi e i Cini.
Nell'immediato dopoguerra, Buzzi decise volontariamente di ridurre i propri impegni professionali per dedicarsi al sogno di una vita: costruire in gran segreto, ben nascosta dai boschi umbri, la sua personale "Città Ideale".
Dal 1958 al 1978, nella valletta dietro l'antico convento, Buzzi progettò e costruì una grandiosa scenografia teatrale che definì "un'antologia in pietra". La Città Ideale è un complesso urbano surreale, concepito come una vera e propria allegoria escatologica dell'esistenza, che adotta il linguaggio ermetico caratteristico dell'aristocrazia massonica settecentesca.
L'opera si ispira principalmente all'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (1499), il misterioso testo ermetico rinascimentale alla cui base è l'architettura, ma recupera anche esperienze visive del passato: Villa Adriana, Villa d'Este, il Sacro Bosco di Bomarzo, i modelli scenografici di Palladio, Scamozzi e Serlio.
Il complesso si sviluppa all'interno di una spirale formata da pergolati, che rappresenta simbolicamente un percorso iniziatico. Il cuore è il Theatrum Mundi, intorno al quale si organizza l'intero progetto: una cavea semiellittica con gradinata, dominata da un enorme occhio che guarda la platea — rovesciando la prospettiva, gli spettatori diventano attori. All'interno dell'occhio Buzzi aveva collocato uno specchio e il proprio studio, da cui poteva osservare l'esterno senza essere visto.
I sette teatri che costellano la Scarzuola comprendono il Teatro delle Api, il Teatro Verde (o Teatro Acquatico), il Teatro del Corpo Umano e altri spazi scenici collegati tra loro da scale, corridoi e passaggi simbolici.
L'Acropoli è il luogo più suggestivo: una montagna di edifici ammassati tra loro e vuoti all'interno, dove si riconoscono i simulacri del Partenone, del Colosseo, del Pantheon, di una Piramide, della Torre dei Venti, del Tempio di Vesta e della torre dell'orologio di Mantova. Scale e scalette in tutte le direzioni, proporzioni volutamente alterate, statue mostruose e un groviglio labirintico di monumenti creano un effetto di neo-manierismoche sconfina nel surrealismo.
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Tra le tappe più emblematiche del percorso si trovano:
La Torre dell'Angelo Custode e del Tempo, con un orologio a quadrante a spirale
Il Tempio della Gigantessa e della Madre Terra, una massiccia struttura che riproduce un corpo femminile, priva di gambe e testa, con tre stanze interne che rievocano l'esperienza del concepimento e della nascita
La Casa Cubo, dalla forma che ricorda un Athanor, il forno alchemico
La Balena di Giona, contornata da massi in tufo che simulano flutti e onde
La Scala della Vita, un colonnato in salita che conduce alla Porta dell'Amore con il cartiglio dorato "Amor vincit omnia"
Il Tempio di Apollo, spazio circolare con al centro un cipresso colpito da un fulmine, particolarmente caro a Buzzi che lo riteneva l'elemento più vicino a Dio
La complessa simbologia permette anche una lettura psicologica del complesso: l'intricato percorso iniziatico rappresenta un confronto con l'inconscio secondo il modello di individuazione sviluppato da Carl Gustav Jung. Le figure archetipiche che popolano la città simboleggiano i diversi aspetti della psiche, conducendo gradualmente il visitatore a una maggiore consapevolezza di sé.
Alla morte di Buzzi nel 1981, la Città Ideale era stata realizzata solo in parte. L'opera è stata poi completata e portata avanti da Marco Solari, nipote dell'architetto, che si è trasferito alla Scarzuola nei primi anni Ottanta. È Solari stesso — personaggio eccentrico, schietto e diretto — ad accompagnare personalmente i visitatori attraverso il complesso, raccontando simboli e suggestioni con il suo stile inconfondibile. Solari ha anche ristrutturato la parte della chiesa, che costituisce un corpus separato rispetto all'opera di Buzzi ed è tutt'ora consacrata in forma di oratorio privato.
La Scarzuola è una proprietà privata e la visita è possibile esclusivamente su prenotazione. Non sono previste visite individuali: si accede solo in gruppo, accompagnati dalla guida. La prenotazione si effettua attraverso il sito ufficiale lascarzuola.com compilando il form online, oppure scrivendo a info@lascarzuola.com.
Le visite si svolgono solitamente il sabato e la domenica alle ore 11:00, con aperture aggiuntive durante i periodi festivi e l'alta stagione estiva (quando possono essere previste anche visite pomeridiane alle 15:00 e alle 17:00). È fondamentale verificare le disponibilità al momento della prenotazione, poiché gli orari possono variare.
La Scarzuola si raggiunge esclusivamente in auto: non esistono mezzi pubblici che conducano fino al sito. Da Montegabbione si procede in direzione Montegiove, prendendo poi la strada Vocabolo Caporlese. Gli ultimi due chilometri sono su strada bianca sterrata e un po' dissestata, ma percorribile con cautela anche con auto normali. Si può impostare direttamente "La Scarzuola" sul navigatore.
Per il pernottamento si possono scegliere le piccole località vicine di Montegiove e Montegabbione, oppure città più grandi come Orvieto, Todi o Perugia, tutte a circa un'ora di distanza.
La Scarzuola resta un'opera volutamente incompiuta — e forse proprio in questo risiede la sua forza. Buzzi non ha lasciato spiegazioni definitive della sua creazione, affidando al libero pensiero del visitatore l'interpretazione di ogni simbolo, ogni scala, ogni mostro di pietra. Un luogo che sfida il tempo e le convenzioni, dove otto secoli di storia si fondono in un unico, affascinante racconto: dalla capanna di paglia di San Francesco al sogno esoterico di un architetto milanese che ha trasformato le colline dell'Umbria in un teatro dell'anima.
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