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Lucio Arcidiacono, chi è l'uomo che catturò Matteo Messina Denaro

Il colonnello dei Carabinieri che guidò sul campo l'operazione "Tramonto", mettendo fine il 16 gennaio 2023 alla latitanza del boss più ricercato d'Italia. Otto anni di indagini, sacrifici e dedizione per scrivere una pagina storica nella lotta alla mafia

Annalisa Ercolani

03 Febbraio 2026, 21:05

Lucio Arcidiacono, chi è l'uomo che catturò Matteo Messina Denaro

Il colonnello Lucio Arcidiacono

Il colonnello Lucio Arcidiacono ci mette la faccia. Quando il 16 gennaio 2023 le telecamere di tutto il mondo puntano l'obiettivo sulla caserma dei Carabinieri di Palermo, è lui a scortare Matteo Messina Denaro dopo l'arresto che ha posto fine a trent'anni di latitanza.

Arcidiacono è il comandante del Primo Reparto Investigativo del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei Carabinieri, l'unità d'élite che si occupa della parte operativa nelle indagini sulla criminalità organizzata. È lui l'uomo che ha guidato sul campo il blitz alla clinica La Maddalena di Palermo, coordinando decine di militari e portando a compimento un'operazione investigativa durata anni.

Un siciliano dalla parte dello Stato

Nato a Catania cinquantadue anni fa, Lucio Arcidiacono è un figlio di quella Sicilia che ha scelto di stare dalla parte dello Stato nel momento più buio della storia repubblicana. Entrò nell'Arma dei Carabinieri nell'ottobre del 1993, appena un anno dopo le stragi di Capaci e Via D'Amelio che uccisero i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte, quando Totò Riina, il diabolico capo corleonese, era da poco rinchiuso in una cella di tre metri per due. In quegli anni, stare dalla parte dello Stato era molto di più che pensare a una carriera: era una scelta di campo, coraggiosa e pericolosa.

Dopo aver frequentato il 175° Corso dell'Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, Arcidiacono iniziò la carriera come comandante di plotone presso il 1° Battaglione "Piemonte" di Moncalieri. Successivamente ricoprì incarichi di comando nell'organizzazione territoriale dell'Arma, guidando il Nucleo Operativo e Radiomobile di Savona e la Compagnia di Alassio, sempre in provincia di Savona.

Il metodo Dalla Chiesa

La sua vera vocazione, però, era l'investigazione contro la criminalità organizzata. Arcidiacono entrò nel ROS, l'unità fondata nel 1974 dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, distinguendosi per l'applicazione rigorosa del cosiddetto "metodo Dalla Chiesa": osservazioni, pedinamenti, intercettazioni sempre più efficienti per identificare i membri delle formazioni criminali e i loro contatti, risalendo progressivamente ai vertici.

Nel corso della sua carriera ha prestato servizio a Napoli, Catania, Palermo e Roma, accumulando una vasta esperienza nel contrasto alle organizzazioni mafiose. Ha coordinato una lunga serie di operazioni ad alto livello, tra cui l'indagine "Halycon", incentrata sulla famiglia mafiosa di Licata, accertando alcuni legami con la politica e un intreccio con la massoneria deviata. E l'indagine "Iblis", sulle collusioni tra politica, criminalità organizzata del catanese e imprenditoria legata a una vicenda di immobili comunali dati in concessione gratuita a privati.

Otto anni sulle tracce del boss

"Io e i miei uomini eravamo sulle tracce di Matteo Messina Denaro da almeno otto anni", ha raccontato Arcidiacono dopo l'arresto. "Prima al reparto anticrimine di Palermo e poi come comandante del primo reparto investigativo che si dedica proprio alla ricerca dei latitanti".

Otto anni di lavoro nell'ombra, di passi avanti e altri indietro, di intercettazioni e parole a mezz'aria ascoltate con pazienza certosina. Nessun pentito collaborò alla cattura: furono le indagini tradizionali, condotte con metodo e determinazione, a costruire il mosaico che avrebbe portato all'arresto. Con più di 100 fiancheggiatori arrestati negli ultimi anni, gli investigatori raccolsero notizie e le ricomposero in un puzzle a cui mancava l'ultima tessera.

Le intercettazioni e le indagini permettero di accertare che Matteo Messina Denaro non godesse di buona salute e che si stava curando sotto falsa identità. Soprattutto, gli investigatori scoprirono che l'uomo che si presentava con il nome di Andrea Bonafede era residente a Campobello di Mazara, feudo di Messina Denaro. "Più di un indizio", come ha spiegato Arcidiacono, "per chi sa che un vero capomafia non tradisce mai le radici della malapianta".

L'operazione "Tramonto": il 16 gennaio 2023

L'operazione che portò alla cattura di Matteo Messina Denaro fu battezzata "Tramonto", in omaggio alla poesia scritta da Nadia Nencioni, la bambina di 9 anni tra le vittime della strage di via dei Georgofili a Firenze del 27 maggio 1993: "Il pomeriggio se ne va il tramonto si avvicina. Un momento stupendo. Il sole sta andando via a letto. È già sera, tutto è finito".

Un nome simbolico che legava l'arresto del boss alla memoria delle vittime innocenti della stagione stragista di Cosa Nostra, di cui Messina Denaro era stato uno dei principali artefici. L'operazione fu coordinata dal generale Pasquale Angelosanto, comandante del ROS, insieme al procuratore di Palermo Maurizio De Lucia e all'aggiunto Paolo Guido.

La certezza: tre giorni prima del blitz

La certezza su Matteo Messina Denaro arrivò tre giorni prima del blitz, quando i magistrati che da tempo seguivano la pista diedero il via libera all'operazione. I carabinieri del GIS (Gruppo di Intervento Speciale) e del ROS erano già appostati alla clinica Maddalena, dove da un anno il boss si sottoponeva alla chemioterapia per un tumore al colon.

"Il lavoro è stato caratterizzato da rapidità e riservatezza", spiegò il generale Angelosanto in conferenza stampa. "Nel volgere di poche settimane abbiamo individuato la data in cui il ricercato si sarebbe sottoposto a degli accertamenti clinici e a delle terapie".

La notte tra il 15 e il 16 gennaio 2023, la clinica fu messa in sicurezza con diverse decine di uomini per tutelare tutti gli altri pazienti. In cabina di regia, i carabinieri monitoravano tutti i movimenti attorno alla Maddalena attraverso telecamere e sistemi di sorveglianza. "Avevamo tutti i monitor accesi e guardavamo. Cercavamo di monitorare gli spostamenti attorno alla Maddalena", ha raccontato uno degli operatori coinvolti.

Il blitz: ore 9.00 del 16 gennaio

La mattina del 16 gennaio 2023, Matteo Messina Denaro si presentò alla clinica La Maddalena, situata nel quartiere San Lorenzo di Palermo, per sottoporsi a una seduta di day hospital. Era accompagnato dal suo autista, Giovanni Luppino, commerciante d'olio di Campobello di Mazara. Il boss si era presentato con il nome falso di Andrea Bonafede, identità che utilizzava da tempo per le sue cure oncologiche.

Alle 9.00 scattò il blitz. I carabinieri, che avevano la certezza che Messina Denaro fosse all'interno della struttura sanitaria, bloccarono il boss in una stradina adiacente alla clinica mentre si trovava in coda per fare un tampone. Secondo la testimonianza della direttrice della clinica, il boss avrebbe tentato di scappare ma fu immediatamente bloccato dai militari.

"Lei lo sa chi sono io"

Il faccia a faccia tra il cacciatore e la preda merita di essere raccontato al rallentatore. "Quando me lo sono trovato davanti l'ho subito riconosciuto. Era lui, l'uomo tante volte visto nelle ricostruzioni fotografiche", ha raccontato Arcidiacono. "Mi rendo conto che una persona comune difficilmente avrebbe associato quel volto a quel nome", ma non i carabinieri che per anni lo avevano studiato in ogni dettaglio.

Il colonnello si qualificò e chiese all'uomo se fosse Matteo Messina Denaro. La risposta fu secca e sorprendente: "Lei lo sa chi sono io. Sono Matteo Messina Denaro". Il boss non oppose alcuna resistenza e non fingì nemmeno di essere la persona di cui aveva utilizzato l'identità. Si dichiarò immediatamente.

"Quando ho sentito quelle parole, non so spiegare cosa ho provato, è una cosa troppo complessa", ha raccontato Arcidiacono. "La nostra vita negli ultimi anni è stata dedicata a questo obiettivo". Un'emozione definita "grande" dal colonnello, che ha aggiunto: "Mi sono arruolato nei carabinieri un anno dopo le stragi Falcone e Borsellino".

Un gesto di umanità

Prima di portarlo via, Arcidiacono – ancora in dolcevita e blazer scuro, senza la divisa con le stellette – ebbe un gesto che racconta molto della sua personalità. Chiese a Messina Denaro, comunque un uomo malato e ormai in trappola, se avesse voluto mangiare qualcosa, magari prima di prendere le medicine. Un gesto di umanità verso un nemico sconfitto, che in Sicilia e tra siciliani doveva avvenire senza troppe parole.

Alle 9.35, Messina Denaro fu caricato su un furgone nero dai militari e scortato da diverse gazzelle dei carabinieri. La prima destinazione fu la caserma San Lorenzo in via Perpignano, sede della Legione Carabinieri Sicilia intitolata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Poi, nel pomeriggio, il trasferimento all'aeroporto di Boccadifalco e infine al carcere de L'Aquila, dove il boss sarebbe rimasto fino alla morte, avvenuta il 25 settembre 2023.

Tra le vie di Palermo si levarono applausi spontanei. Tanti palermitani, pazienti della clinica e cittadini comuni, alzarono le dita in segno di vittoria, festeggiando insieme ai carabinieri la fine di una latitanza che aveva umiliato lo Stato per trent'anni.

L'arresto dell'autista Giovanni Luppino

Contemporaneamente all'arresto di Messina Denaro, i carabinieri fermarono anche Giovanni Luppino, l'uomo di 59 anni che quella mattina aveva accompagnato il boss da Campobello di Mazara a Palermo. Commerciante d'olio incensurato, Luppino fu accusato di favoreggiamento aggravato e procurata inosservanza di pena.

Luppino si giustificò spiegando che gli era stato presentato da Andrea Bonafede (l'uomo che aveva prestato la sua identità al boss) come un suo cugino di nome Francesco Salsi, e che gli aveva chiesto di accompagnarlo a Palermo per delle cure oncologiche. Solo dopo tempo, sostenne, avrebbe scoperto la vera identità di quell'uomo, ma per "ragioni umanitarie", visto che era gravemente malato, aveva continuato ad accompagnarlo alle terapie.

Durante il processo, però, emerse che in passato ci sarebbero stati altri 50 passaggi da Campobello a Palermo, e che la conoscenza tra Luppino e Messina Denaro non era affatto superficiale. Due imprenditori raccontarono che, poche settimane prima dell'arresto, l'autista del boss gli aveva chiesto denaro per sostenere la latitanza del padrino. Secondo la ricostruzione dell'accusa, i rapporti di Luppino con il boss risalivano al 2018, almeno due anni prima dell'insorgenza della malattia.

Il 13 marzo 2024, il giudice Cristina Lo Bue condannò Giovanni Luppino a 9 anni e 2 mesi di carcere per favoreggiamento aggravato e procurata inosservanza di pena, non riconoscendo però l'associazione mafiosa perché non sufficientemente provata.

Il generale Pasquale Angelosanto: il comandante del ROS

A coordinare l'intera operazione "Tramonto" fu il generale di divisione Pasquale Angelosanto, comandante del ROS dal 2017 al 2023. Originario di Sant'Elia Fiumerapido, in Ciociaria, 65 anni, Angelosanto è un veterano della lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.

Fu lui a dare l'annuncio ufficiale dell'arresto nella conferenza stampa alla caserma Dalla Chiesa di Palermo, insieme al procuratore Maurizio De Lucia e all'aggiunto Paolo Guido. "Abbiamo avuto la certezza che fosse all'interno della struttura sanitaria", spiegò. "Quando è stato bloccato, non ha opposto alcuna resistenza e si è subito dichiarato".

Per Angelosanto, catturare boss mafiosi non era una novità. Nel 1992, da comandante del Nucleo Operativo del Gruppo Napoli II, aveva portato in carcere in modo incruento il latitante Carmine Alfieri, considerato il capo della camorra. C'è la sua mente anche dietro le indagini sugli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi a opera delle Brigate Rosse, e quelle sulle attività della 'ndrina Ruga-Gallace-Novella operante nel litorale romano.

Il generale Angelosanto è andato in pensione il 31 ottobre 2023, a 65 anni di età, chiudendo una carriera straordinaria culminata con la cattura del latitante più ricercato d'Italia.

Un boss diverso dagli altri

"Le indagini di tutti questi anni ci avevano consegnato l'immagine di un capoclan diverso dagli altri: prima stragista, poi dedito prevalentemente agli affari", ha raccontato il colonnello Arcidiacono. "Ebbene, oggi abbiamo avuto la conferma: è all'opposto dello stereotipo del classico mafioso di un tempo".

Messina Denaro rappresentava infatti l'evoluzione di Cosa Nostra dopo la stagione delle stragi: una mafia invisibile, inabissata, dedita agli affari e infiltrata nell'economia legale, molto diversa dalla cupola violenta e visibile degli anni Ottanta e Novanta. "La cupola che conoscevamo non c'è più", ha commentato Arcidiacono. "E l'ultima mandata al portone blindato dentro a cui è finito l'erede della stagione corleonese, il destino ha voluto che venisse data a Palermo, la città martire e carnefice, per mano di carabinieri siciliani che trent'anni fa non hanno avuto paura di prendere la strada di chi per mano di mafia non c'era più".

Da Palermo a Messina: il nuovo incarico

Nel settembre 2024, dopo oltre un anno dall'arresto di Messina Denaro, il colonnello Lucio Arcidiacono ha assunto un nuovo prestigioso incarico: comandante provinciale dei Carabinieri di Messina, sostituendo il colonnello Marco Carletti.

Il 16 gennaio 2023 Arcidiacono era diventato il carabiniere più conosciuto anche a livello mondiale, finito sotto i riflettori insieme al procuratore De Lucia, all'aggiunto Paolo Guido e al generale Angelosanto. Ora gli tocca guidare il comando provinciale della città dello Stretto, portando la sua vasta esperienza nel contrasto alla criminalità organizzata in un territorio che definisce "interessante con punti di forza e di fragilità".

Gli eroi senza nome: la squadra dell'operazione "Tramonto"

Arcidiacono è stato il volto pubblico dell'operazione, ma dietro la cattura di Messina Denaro c'era un'intera squadra di uomini e donne che hanno sacrificato parte della loro vita privata per raggiungere l'obiettivo. Nella caserma del ROS, ogni militare aveva un nome in codice: il comandante era "Ulisse", i primi che riuscirono a mettere le mani su Messina Denaro fuori dalla clinica erano "Turco" e "Pietra".

"Ogni militare della caserma aveva contribuito alla cattura e per farlo ognuno di loro aveva sacrificato parte della vita privata", ha raccontato un carabiniere coinvolto nell'operazione. Notti insonni, feste comandate saltate, famiglie trascurate: il prezzo che gli "eroi dell'ombra" hanno pagato per portare a termine una missione storica.

Un momento che entra nella storia

L'arresto di Matteo Messina Denaro del 16 gennaio 2023 rappresenta uno dei momenti più significativi nella lotta alla mafia degli ultimi trent'anni. La data non fu casuale: esattamente trent'anni prima, il 15 gennaio 1993, veniva arrestato Totò Riina, il boss dei Corleonesi e predecessore di Messina Denaro ai vertici di Cosa Nostra. Un passaggio di consegne simbolico tra due epoche della mafia siciliana.

Per Lucio Arcidiacono e i suoi uomini, quel giorno ha segnato il coronamento di anni di lavoro oscuro, metodico, spesso frustrante. "Mi rendo conto dell'importanza di questo arresto", ha dichiarato il colonnello. "È il risultato del lavoro di tantissime persone che hanno operato nell'ombra per anni, con dedizione e sacrificio".

Nel dicembre 2023, il colonnello Lucio Arcidiacono ha ricevuto la benemerenza civica dal suo comune d'origine, Scordia, in provincia di Catania, in riconoscimento del suo straordinario contributo alla lotta contro la criminalità organizzata.

La storia di Lucio Arcidiacono è quella di un siciliano che ha scelto di stare dalla parte dello Stato, dimostrando che la Sicilia non è solo terra di mafia, ma anche di uomini e donne che combattono quotidianamente per la legalità. Come ha detto lui stesso: "Stare dalla parte dello Stato era molto di più che pensare a una carriera".

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