LA RICORRENZA
I resti della cabina dopo l'impatto con il suolo
Il 3 febbraio 1998, alle 15.13, nella Val di Fiemme (Trentino Alto Adige), un aereo militare statunitense, un Grumman EA-6B Prowler della United States Marine Corps, partito dalla base aerea di Aviano, abbassò improvvisamente la quota di volo e tranciò il cavo portante della funivia che scendeva dall'Alpe Cermis verso Cavalese. In sette secondi, da 108 metri di altezza, la cabina precipitò nel vuoto. A bordo c’erano 20 persone, che persero la vita: turisti, famiglie di sciatori, il macchinista della funivia Marcello Vanzo e Danielle Groenleer, una giovane cameriera che lavorava in un albergo della zona, riconosciuta solo grazie a una fotografia trovata nello zaino. L'aereo, dopo l'impatto, rientrò alla base.

Grumman EA-6B Prowler della United States Marine Corps
Non erano gli anni di internet né dei social media. Le notizie viaggiavano attraverso i canali istituzionali: il Tg delle 20, il Giornale Radio delle 19. Quel giorno i cronisti raccontarono ciò che era immediatamente visibile: un cavo reciso, dieci centimetri di diametro, migliaia di fili d’acciaio intrecciati, e una cabina gialla accartocciata sulla neve, come un giocattolo rotto. Eppure, nonostante gli indizi parlassero con chiarezza, a molti giornalisti fu chiesta, o imposta, una cautela che finì per nascondere la verità dietro il rigore deontologico. Un cronista del Giornale Radio delle 19.00 si sentì dire da Roma: “Non parlare di fune tranciata. C’è un’Ansa da Aviano che parla di uno scarrucolamento dovuto a un colpo d’aria”.
Da mesi, il Trentino vedeva passare gli aerei impegnati nelle esercitazioni per la guerra in Kosovo. Era stato imposto loro un limite di 2.000 piedi, a cui si aggiungeva quello dei Marines (1.000 piedi). Quel giorno, però, il Prowler scese a 400 piedi, a una velocità di circa 1.000 chilometri orari: un proiettile. Una babysitter di Castello di Fiemme, poi ascoltata come testimone, raccontò di essere uscita sul balcone spaventata dal boato: vide qualcosa sfrecciare così velocemente da non riuscire a identificarlo. Era l’aereo che stava per compiere un’acrobazia finita nel modo peggiore.
La rabbia dell’Italia e del presidente del Consiglio Romano Prodi si scontrò con la reazione tiepida degli Stati Uniti, allora guidati da Bill Clinton. Washington protesse fino in fondo i propri piloti, che non furono mai processati in Italia. Il velivolo era pilotato dal capitano Richard J. Ashby, con altri tre militari a bordo. La follia di quel volo era stata documentata da una telecamera a bordo, che aveva registrato l'intera sequenza: risate, battute, persino scommesse su barili di birra sulla capacità del capitano di passare sotto il cavo della funivia. Quel materiale, decisivo per ricostruire i fatti, non arrivò mai in aula: fu distrutto dagli stessi militari coinvolti. E quando arrivò una condanna, negli Stati Uniti, riguardò solo l’eliminazione di quella prova, non la strage.
Sarebbe bastato il racconto di Stefano Waldner, testimone oculare del posto per capire che il cavo non si era fatalmente spezzato, ma che era stato reciso a causa di una manovra sconsiderata: “Vidi l’aereo tranciare la fune e la cabina fare una piroetta”. Waldner e il suo datore di lavoro furono i primi ad arrivare sul luogo del disastro: “Le persone si vedevano poco, erano sotto le macerie. Vedemmo Marcello Vanzo, il manovratore, sbalzato a diversi metri. Abitava vicino a casa mia. È una scena che non mi ha più lasciato”. L’anno successivo, Waldner e altri cinque testimoni furono convocati per il processo che si tenne negli Stati Uniti, a Camp Lejeune, la base dei Marines da cui provenivano i piloti. Gli italiani chiamati a testimoniare furono ospitati all’interno della stessa struttura militare dell’unità coinvolta nella tragedia, ma nonostante una verità eclatante che li avrebbe portati alla condanna, i piloti vennero tutti assolti con la formula che parlava di assenza di responsabilità penale. Il verdetto definì l’accaduto “un incidente di routine”. Uno dei piloti, Richard Ashby, nel 2001 ricevette la Air Medal, una decorazione militare conferita per i “meriti resi alla patria” e per la “sicurezza in volo”.
Il Cermis, quella funivia, erano già stati teatro di un’altra tragedia. Il 9 marzo 1976, alle 17.20, la fune portante si spezzò. Il carrello superiore, del peso di tre tonnellate, precipitò sulla cabina sottostante: 42 morti, 15 dei quali bambini. Le indagini accertarono gravi responsabilità tecniche e gestionali. Dirigenti e tecnici della società di gestione della funivia furono condannati per disastro colposo, con pene detentive e interdizioni professionali.
La tragedia del Cermis è, per l’Italia, una ferita sempre aperta: non cicatrizza per il dolore delle 20 vite spezzate né per quel persistente senso di giustizia mancata che l’ha accompagnata nel tempo, come Ustica (81 morti), il naufragio del Moby Prince (140 morti). 241 vittime, nessun colpevole condannato per strage.
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