Il personaggio
È debuttata ieri sera su Rai 1 la miniserie Morbo K, ispirata liberamente alla vera storia della malattia inventata durante la Seconda guerra mondiale dal primario dell'ospedale Fatebenefratelli di Roma, il professor Matteo Prati, per salvare decine di ebrei dalla cattura dei nazisti. La fiction è ambientata proprio nel settembre 1943 quando Kappler, capo delle SS di stanza a Roma, minaccia la comunità ebraica chiedendo un tributo cinquanta chili in oro per non essere deportati. Tra i protagonisti di questa buia pagina di storia, accanto al professor Prati, spunta anche la figura del dottor Vittorio Emanuele Sacerdoti, medico ebreo che, nonostante le persecuzioni delle leggi razziali fasciste, continuò a esercitare la professione e contribuì in modo decisivo al piano per salvare numerose vite.
Nato a Roma il 22 luglio del 1915, Sacerdoti era uno dei quattro figli di Rodolfo e Celeste Dolce Almagià. Nella città di Ancona, dove risiedeva con la famiglia, vivevano circa mille ebrei. Dopo il liceo, il giovane Sacerdoti si iscrisse alla facoltà di medicina dell'Università di Bologna, città in cui soggiornò durante il primo e il quarto anno di studi. Tornato a casa, aveva iniziato a fare pratica affiancando il professor Giulio Bombi, primario dell'ospedale civile Umberto I di Ancona. Ma a causa delle leggi razziali vigenti in quel periodo, Sacerdoti venne espulso e dovette limitarsi a esercitare la professione solo per i pochi ebrei rimasti in città.

Fu lo zio di Sacerdoti, il fisiopatologo Marco Almagià, a cambiare il destino del nipote. Sfruttando la sua conoscenza personale con il professor antifascita Giovanni Borromeo - primario dell'ospedale Fratebenefratelli di Roma - riuscì a far trasferire Sacerdoti nella capitale, dove il nosocomio stava affrontando una grave carenza di personale sanitario a causa del richiamo alle armi. Una volta giunto al Fatebenefratelli, Borromeo gli diede subito un camice, ma per motivi precauzionali decise di non inserire la sua figura nell'organico. Al suo ingresso, venne fermato da un commissario di polizia che si accorse di avere davanti un ebreo, ma per aiutarlo gli intimò di spacciarsi per uno studente di medicina incaricato di fare pratica in corsia. Le cose cambiarono ulteriormente grazie a Elio Ottolenghi, un parente di Sacerdoti che gli fornì documenti falsi facendolo diventare Vittorio Salviucci, originario di Salerno. Parallelamente alle attività ospedaliere, il dottore diede la propria disponibilità anche per le visite a domicilio, guadagnandosi così la fiducia di diverse famiglie ebraiche. Dopo l'armistizio breve dell'8 settembre 1943, anche Roma subì l'occupazione tedesca e il Fatebenefratelli divenne un vero e proprio rifugio.

All’alba del 16 ottobre del 1943 ebbe inizio il rastrellamento degli Ebrei di Roma. Coperti da una specie di telo che non consentiva di vedere da fuori l’interno dell’ospedale, Sacerdoti assistette agli arresti di uomini, donne, anziani e persino neonati da parte dei soldati tedeschi. La notizia del rastrellamento si diffuse in fretta e per molti ebrei iniziò la disperata ricerca disperata di un rifugio. Furono circa 27 a correre verso il Fatebenefratelli per chiedere aiuto ai frati del nosocomio. Le cose peggiorarono quando un medico della Wehrmacht, insospettito, volle ispezionare i locali dell'ospedale insieme ai tedeschi.
Fu in queste circostanze che il professor Borromeo riunì gli ebrei presenti in una corsia ricavata dividendo la sala dell’Assunta. Il primario inventò di sana pianta che i pazienti di quel reparto erano affetti da un grave morbo neurodegenerativo e contagioso. Descrivendo i sintomi del cosiddetto “Morbo K” (K stava per Kesserling), il dottore riuscì ad allontanare i militari. Da quel momento in poi Sacerdoti si trasferì in una stanza dell’ospedale condivisa con il dottor Giuseppe Rizzi. Il dottore continuò a curare gli ebrei ancora nascosti nel nosocomio che continuò a essere un luogo di rifugio.
Il 4 giugno del 1944 le prime truppe alleate arrivarono a Roma. Nel periodo del dopoguerra il dottor Sacerdoti si mise a cercare i propri cari, anche loro si erano rifugiati fuori Ancona per non essere deportati. Contemporaneamente, Sacerdoti continuò a visitare anche gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, molti dei quali subirono un aggravarsi delle proprie condizioni di salute. La sua carriera all’ospedale Fatebenefratelli proseguì fino al 1950, anno in cui molti medici fecero ritorno nella struttura. Da quel momento gli impegni professionali del dottor Sacerdoti continuarono con il dottor Giuseppe Rizzi in un ambulatorio della Garbatella, ma il suo impegno al Fatebenefratelli non verrà mai dimenticato. Vittorio Sacerdoti è scomparso il 3 agosto del 2005 all’età di 90 anni, lasciando un ricordo indelebile nella memoria della comunità ebraica di Roma.
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