Il personaggio
Una storia amara di straordinaria fratellanza si nasconde tra le buie pagine della Guerra di Corea. Il protagonista di questa storia è Jesse L. Brown, il primo pilota afroamericano della U.S. Navy deceduto nell'atterraggio di fortuna del suo caccia imbarcato Vought F4U-4 Corsair, mentre era di ritorno da una missione in Corea. Era il 4 dicembre 1950 quando ai Corsair venne dato l'ordine di rientrare dopo aver mitragliato le truppe avversarie a terra. Ma per Brown il destino aveva già scritto un altro finale.
Nato il 13 ottobre 1926 a Hettiesburg, in Mississippi, Jesse L. Brown è stato il primo afroamericano a completare l'addestramento al volo navale e a servire la Marina statunitense come aviatore. Brown era uno dei sei figli di una famiglia di mezzadri e assecondando la sua passione per gli aerei che lo accompagnava fin dall'infanzia, decise di laurearsi in ingegneria edile-architettonica all'Ohio State University. Per sostenere gli studi Brown aveva trovato diversi lavori notturni, prima di arruolarsi nella Riserva della Marina degli Stati Uniti nel 1946. Si interessò al programma di aviazione per cui la stessa Marina aveva consentito l'arruolamento di afroamericani solo nel 1942. Brown, durante il percorso di addestramento, dovette stringere i denti di fronte ai colleghi razzisti della Marina, i quali non avevano scrupoli nel dichiarare apertamente che Brown non avrebbe mai visto l'interno di una cabina di pilotaggio. Ma così non fu e il guardiamarina venne accettato come cadetto dell'aviazione navale.
Ignorando le continue discriminazioni, Brown eccelleva sia nei test che nell'addestramento. Tuttavia, rischiò di essere espulso dal programma a causa del matrimonio con Daisy Pearl Nix nel 1947. Durante l'addestramento ai cadetti non era consentito sposarsi, ma il matrimonio all'epoca non venne scoperto e Brown riuscì a completare il suo addestramento diventando aviatore.

Brown fu presto promosso a guardiamarina e divenne capo squadriglia. Nel 1950 operò nel Mediterraneo con il squadrone, prima di essere assegnato alla Guerra di Corea nell'ottobre dello stesso anno. Lì portò a termine 20 missioni di attacco, completate combattendo spesso a fianco di Thomas Hudner.
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Si torna così a quel fatidico 4 dicembre, quando Brown era uno degli otto piloti che fornivano copertura ai marines in ritirata durante la battaglia del bacino di Chosing. Lanciato il mayday a causa di un problema verificatosi alla pressione dell'olio, dovette tentare un atterraggio di fortuna dietro le linee nemiche cinesi. Brown si schiantò sul fianco di una montagna colpendo la sua cabina di pilotaggio, la quale si piegò di 30 gradi rispetto al resto dell'aereo. Sebbene tutti i suoi compagni pensassero che non fosse sopravvissuto, Brown riuscì ad aprire la cabina di pilotaggio e a segnalare la situazione, nonostante fosse ancora incastrato all'interno. Presto scoppiò un incendio tra i rottami.
Non vedendo alcuna possibilità di atterraggio sicuro, Hudner decise di sfidare la fortuna per salvare l'amico Brown. Si schiantò a circa 91 metri dai rottami di Brown, ma scoprì che la posizione della cabina di pilotaggio rendeva difficile raggiungerlo. Hudner iniziò a riempire l'aereo di neve per spegnere l'incendio, ma a questo punto Brown iniziò a perdere i sensi a causa delle gelide temperature. Hudner e il pilota non riuscirono a estrarre Brown, il quale riuscì comunque a mandare un messaggio d'amore alla sua Daisy: "Dille solo quanto la amo". Con il calar della notte, Hudner dovette decidere se rimanere con Brown o andarsene con il pilota dell'elicottero, che non era in grado di volare al buio. Non sapendo se il suo amico fosse ancora vivo, se ne andò.
Il piano inziale della Marina di recuperare il corpo di Brown andò in fumo quando il personale capì che sarebbe stato troppo pericoloso per via della posizione in territorio nemico. Ma un gruppo di piloti volò sopra al luogo dell'incidente, quando nella cabina di pilotaggio videro il corpo senza vita di Brown. Consapevoli del fatto che non avrebbero potuto procedere con una degna sepoltura al pilota, sganciarono del napalm sui rottami così da garantirgli una morte "da guerriero, su una pira funeraria", ricorderà Hudner. Nel 2013 fu lui stesso a tornare in Corea del Nord con l'intento di recuperare i resti di Brown, ma l'impresa fallì a causa delle condizioni metereologiche avverse e il corpo dell'amico non è stato ancora ritrovato.
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