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I dialetti umbri: un mosaico linguistico unico tra storia, territorio e identità

Annalisa Ercolani

26 Gennaio 2026, 18:48

I dialetti umbri: un mosaico linguistico unico tra storia, territorio e identità

L'Umbria rappresenta un caso particolare nel panorama dialettale italiano: pur essendo una regione geograficamente compatta, non possiede una vera e propria koinè linguistica, ovvero un dialetto unitario riconoscibile in tutto il territorio. Quello che emerge è invece un mosaico di parlate locali profondamente diverse tra loro, talmente marcate che un perugino e un ternano, pur vivendo a meno di cento chilometri di distanza, faticano a comprendersi quando utilizzano il dialetto "stretto".

Questa frammentazione linguistica affonda le radici in una storia complessa, fatta di dominazioni successive, influenze esterne e conformazioni territoriali che hanno isolato alcune zone favorendone l'autonomia linguistica. Tutti i dialetti umbri appartengono al gruppo dei dialetti italiani mediani, una famiglia che accomuna buona parte del Lazio, le Marche centrali e tutta l'Umbria. Tuttavia, all'interno di questa classificazione, ogni area umbra ha sviluppato tratti distintivi tali da renderla unica.

Le tre macro-aree linguistiche dell'Umbria

La prima classificazione scientifica dei dialetti umbri fu proposta nel 1970 da Francesco A. Ugolini, studioso che individuò tre zone principali sulla base di criteri geografici e linguistici. Questa divisione, approfondita successivamente dalla sua scuola, rimane ancora oggi il punto di riferimento per comprendere la distribuzione delle parlate regionali.

Area centro-nord occidentale

Quest'area comprende Perugia, l'Alta Valtiberina e Gubbio, e risente di influssi settentrionali e toscani dovuti probabilmente alla presenza del Corridoio Bizantino e ai contatti con la Toscana orientale. Il dialetto perugino, parlato in circa 15 comuni, lascia trasparire alcune affinità con le parlate toscane, in particolare con l'aretino e con l'utilizzo di parole dell'italiano antico. La caratteristica più nota del perugino è la D retroflessa, un suono consonantico "pesato" che rende immediatamente riconoscibile chi parla questo dialetto, come nella famosa parola donca (dunque).

I dialetti altotiberini, parlati nell'alta valle del Tevere tra Città di Castello, Umbertide e San Giustino, mostrano invece caratteristiche diverse. Il tifernate presenta forti influssi romagnoli e marchigiani giunti attraverso i valichi appenninici di Bocca Trabaria e Bocca Serriola. L'umbertidese, collocato geograficamente a metà strada tra Perugia e Città di Castello, è una vera e propria "terra di mezzo" linguistica che ha assorbito tratti di entrambi i vernacoli pur mantenendo una propria identità, caratterizzata soprattutto dall'armonia vocalica e dal particolare trattamento delle vocali aperte e chiuse.

Il dialetto eugubino presenta invece influssi galloitalici e una marcata musicalità che lo rendono inconfondibile. La parlata eugubina varia da zona a zona: a Branca si pronuncia la C con il suono SCI, verso Mocaiana le persone anziane sostituiscono la A con la E (gimo a chesa per "andiamo a casa"), mentre nella zona di Burano emergono influenze marchigiane. Gubbio custodisce inoltre il legame più antico con la lingua umbra pre-romana attraverso le celebri Tavole Eugubine, sette lastre di bronzo del III-I secolo a.C. che rappresentano l'unica fonte per lo studio della lingua degli antichi Umbri.

Area meridionale orientale

Quest'area comprende Foligno, Spoleto, Assisi, Gualdo Tadino, Terni, Amelia e Norcia, e presenta influenze marchigiane e romane insieme a tracce profonde della dominazione longobarda.

Il dialetto folignate è il più settentrionale tra i dialetti umbri meridionali ed è famoso per la sua "U" finale: le vocali O e U latine tendono infatti a unificarsi in U. Una delle caratteristiche più evidenti del folignate è la metafonesi, fenomeno per cui le vocali accentate O ed E si modificano in base alla vocale finale della parola (cóttu da "cotto", nùi da "noi"). Il dialetto folignate presenta inoltre fenomeni di sonorizzazione e palatizzazione delle consonanti simili a quelli dei dialetti marchigiani dell'area maceratese-fermana, anche se complessivamente meno accentuati.

Lo spoletino condivide con il folignate molte caratteristiche, tra cui l'articolo determinativo maschile "lu" e la vocale finale U, ma si distingue per la sua inconfondibile cantilena. A differenza del perugino, nello spoletino non c'è affievolimento o scomparsa delle vocali atone, e la parlata mantiene intatte tutte e cinque le vocali finali. Lo spoletino conserva tracce importanti della dominazione longobarda: Spoleto fu infatti capitale dell'omonimo Ducato dal 576 al 774 d.C., e l'influenza linguistica germanica è ancora profonda nel dialetto umbro-meridionale.

Il ternano appartiene al gruppo dei dialetti mediani propriamente detti ed è considerato uno dei più "rudi" dell'Umbria. Le sue caratteristiche principali sono l'uso della U finale nei maschili (lo monno, lo sonno), la sostituzione della D al posto della T (tundu per "tondo"), le R molto marcate e la Z che sostituisce la S, elementi che rendono la pronuncia molto gutturale. Il ternano presenta inoltre la metafonesi sabina (che modifica É ed Ó in E ed O) e la metafonesi centro-meridionale (che trasforma E ed O in I e U), oltre al possessivo enclitico inalienabile.

Area meridionale occidentale

In questa zona si colloca Orvieto, che presenta un dialetto del tutto particolare, definito una vera e propria "macedonia" linguistica. L'orvietano attinge infatti in parte dall'umbro, in parte dal toscano e in parte dal laziale, risentendo fortemente della parlata informale romana e arricchendosi con molte accezioni e termini dei dialetti toscani e dell'alto Lazio. Si discosta molto sia dal ternano sia dal perugino, tanto da risultare un caso quasi isolato nel panorama regionale.

La peculiarità più nota dell'orvietano è il plurale maschile che viene declinato al femminile: i fagioli con le cotiche diventano le faciole co' le cotiche, i soldi si chiamano le sorde, i sassi sono le sasse, e persino i carabinieri coi baffi diventano le carabiniere co le baffe. Questa caratteristica, insieme agli influssi viterbesi, rende l'orvietano una parlata unica nel suo genere, frutto della posizione geografica della città, storicamente più vicina al Lazio che al resto dell'Umbria.

Le radici storiche dei dialetti umbri

Per comprendere la diversità dei dialetti umbri occorre risalire alle loro origini storiche, che affondano in un passato molto antico. La lingua umbra pre-romana è attestata dalle Tavole Eugubine (o Iguvine), sette lastre di bronzo rinvenute nel XV secolo a Gubbio e risalenti al III-I secolo a.C., su cui è inciso un testo in lingua umbra relativo a complessi cerimoniali religiosi. Le Tavole costituiscono l'unica fonte importante per lo studio del popolo umbro, appartenente al gruppo linguistico osco-umbro, e della sua lingua, oltre che delle sue pratiche religiose.

L'antico popolo degli Umbri viveva nel territorio a est dell'alto corso del Tevere, lungo la dorsale appenninica fino all'Adriatico, e la loro lingua era un idioma indoeuropeo imparentato con l'osco ma distinto dall'etrusco. Con la conquista romana, la lingua umbra fu progressivamente sostituita dal latino, ma alcuni sostrati linguistici sopravvissero e si mescolarono con le influenze successive.

Dopo la caduta dell'Impero Romano, l'Umbria fu teatro di diverse dominazioni che lasciarono tracce profonde nei dialetti. La più importante fu quella dei Longobardi: Spoleto divenne capitale di uno dei più importanti ducati longobardi d'Italia dal 576 al 774 d.C., e le influenze linguistiche germaniche sono ancora oggi molto profonde nel dialetto umbro-meridionale. Parole di origine longobarda sono diffuse soprattutto nei territori del Ducato spoletino, testimoniando secoli di presenza germanica.

Altri influssi giunsero dagli Etruschi, che dominarono parte del territorio prima dei Romani, e dai Bizantini attraverso il cosiddetto Corridoio Bizantino, che collegava Ravenna a Roma passando per l'Umbria settentrionale e favorendo contatti linguistici con l'area adriatica e romagnola. Nel Medioevo, la presenza di nobili famiglie germaniche al seguito di Federico Barbarossa lasciò ulteriori tracce nel lessico, soprattutto nel perugino.

Caratteristiche comuni e differenze

Nonostante la frammentazione, i dialetti umbri condividono alcune caratteristiche che li accomunano al gruppo dei dialetti italiani mediani. La più evidente è il contrasto tra le vocali finali /-u/ e /-o/, che distingue quest'area sia dai dialetti toscani (dove prevale la O) sia da quelli meridionali. Molti dialetti umbri, soprattutto quelli dell'area meridionale orientale, presentano la metafonesi sabina, fenomeno per cui le vocali medie E ed O si modificano se la sillaba seguente contiene una I o una U.

Altre caratteristiche comuni riguardano alcune forme verbali, come la terza persona plurale del presente indicativo "ènno" (sono), e l'uso di preposizioni e avverbi derivati dal latino INTUS, come nto o to (dentro). Sul piano consonantico, molti dialetti umbri presentano fenomeni di sonorizzazione delle occlusive sorde in posizione intervocalica e di palatizzazione di alcune consonanti, con intensità variabile a seconda dell'area.

Le differenze, però, sono molto più numerose delle somiglianze. Il perugino mantiene tratti toscani con la sua D retroflessa e la trasformazione della finale -I latina in -E, mentre il ternano e lo spoletino conservano la U finale latina e presentano metafonesi. L'orvietano si distingue per il plurale maschile al femminile, fenomeno unico nel panorama regionale, mentre l'eugubino si caratterizza per la musicalità e gli influssi galloitalici.

Un patrimonio da preservare

I dialetti umbri rappresentano un patrimonio culturale e identitario di straordinario valore, testimonianza viva di millenni di storia, dominazioni e incontri tra popoli diversi. Ognuna di queste parlate custodisce memoria dell'antica lingua umbra pre-romana, delle dominazioni longobarde, degli scambi con la Toscana e con le Marche, degli influssi etruschi e romani. Oggi, come tutti i dialetti italiani, anche quelli umbri stanno progressivamente perdendo parlanti, sostituiti da un italiano regionale più omogeneo o da forme ibride che mescolano italiano e dialetto.

Tuttavia, negli ultimi anni sta crescendo una nuova consapevolezza del valore dei dialetti, non più relegati a lingua delle persone anziane o poco istruite, ma rivalutati come espressione autentica di un'identità locale da preservare e tramandare. Progetti di recupero lessicale, vocabolari dialettali, iniziative culturali e didattiche stanno contribuendo a mantenere viva questa ricchezza linguistica, nella convinzione che, come scriveva Cesare Marchi "insegnare ai bambini il dialetto è affondarne le radici nell'humus della propria stirpe e comunità".

Fonti principali:

  1. Enciclopedia Treccani – voce sui dialetti umbro-marchigiani​;

  2. Francesco A. Ugolini – Rapporto sui dialetti dell’Umbria (1970);

  3. Vincenzo Orioles – Classificazione dei dialetti italiani;

  4. Real Umbria – articolo “Dialetti umbri fra Etruschi, Romani e Longobardi”​;

  5. Serie “Dialettiamoci” di About Umbria Magazine (perugino, ternano, spoletino, folignate, eugubino, orvietano, umbertidese);

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