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ARTE

Terni, la ceramica di Ljudesign approda alla prestigiosa fiera Milano Home

Dal laboratorio umbro al palcoscenico dell’abitare contemporaneo per Liuva Maqueira Gomez

18 Gennaio 2026, 20:08

Terni, la ceramica di Ljudesign approda alla prestigiosa fiera Milano Home

Dal laboratorio umbro - in via della Bardesca a Terni - al palcoscenico dell’abitare contemporaneo: con il 2026 Liuva Maqueira Gomez porta Ljudesign a Milano Home (22-25 gennaio - fieramilano - Rho), confermando una ricerca che unisce materia, identità e progetto senza cedere alle mode.

Liuva Maqueira Gomez non è arrivata in Umbria per diventare ceramista. È arrivata per vivere, per essere madre, per attraversare una trasformazione che solo col tempo avrebbe trovato una forma precisa. Oggi, a trenta anni dal suo arrivo dall’Avana, è una delle voci più originali della ceramica contemporanea umbra e il suo laboratorio Ljudesign è un luogo dove la materia sembra respirare, mutare pelle, caricarsi di memoria e diventare emozione.

La sua storia artistica non nasce dall’argilla ma dal colore. Pittura, litografia tradizionale su pietra, olio sperimentato in Colombia: un percorso rigoroso, accademico, che affonda le radici nella formazione all’Accademia Nazionale di Belle Arti San Alejandro dell’Avana, una delle più importanti istituzioni artistiche dell’America Latina. Lì Liuva impara la disciplina del gesto, la precisione del segno, il rispetto assoluto per la materia. Strumenti che, senza saperlo, la preparano all’incontro decisivo con la ceramica.

Il punto di svolta ha un luogo preciso: Deruta. “Mia figlia aveva sei anni (oggi ne ha ventotto) e volevo farle conoscere Deruta. Sono entrata in una bottega e ho sentito un richiamo fortissimo, quasi fisico. Sono tornata a casa con un forno.” Da quel gesto istintivo nasce una nuova vita artistica. La ceramica diventa non solo linguaggio espressivo, ma anche soluzione concreta: le permette di lavorare di notte, di restare una madre presente, di conciliare tempo familiare e ricerca creativa. Per dieci anni studia, frequenta corsi, sperimenta tecniche antiche e contemporanee. Un apprendistato lungo, necessario, mai improvvisato.

Nel suo lavoro la distinzione tra tradizione e innovazione semplicemente non esiste. “La ceramica è un confine che non c’è.” La sapienza antica è la base, ma è proprio quella sapienza che consente di creare linguaggi nuovi. Liuva porta sulla terra ciò che ha appreso nella pittura: il gesto, il ritmo, la composizione. Le sue radici non si annullano, si sommano. Cuba è movimento e sensualità, la Colombia è rigore tecnico, l’Italia è storia, equilibrio delle forme, tradizione etrusca, studio degli smalti e degli ossidi. Il risultato è un dialogo continuo tra mondi e tempi diversi.

La tecnica del colombino, che Liuva predilige, è una scelta etica oltre che estetica. Lenta, meditativa, fisica. La forma cresce cordone dopo cordone, come un organismo vivente. Da qui nascono vasi in cui decorazione e struttura coincidono: le celebri calle che si moltiplicano sulle superfici non sono ornamento, ma parte integrante della forma. “La decorazione non deve mai essere un ‘di più’. Deve nascere dalla forma.”

Il colore, poi, è pittura pura. Smalti, ossidi, cristalli, colature controllate e ribelli allo stesso tempo. A volte l’argilla resta nuda, altre viene attraversata da superfici metalliche che ingannano l’occhio, sospese tra organico e artificiale. Ogni serie segue una direzione precisa: monocromie bianche, rosse o verdi; porcellane sottilissime lasciate in biscuit perché la luce le attraversi; oppure forme più urbane e geometriche che dialogano con il design e con i tessuti, spesso punto di partenza per lampade e collezioni luminose.

Il processo creativo è complesso, fatto di attese e di rischio. Ma il momento più intimo resta la foggiatura, quando l’argilla è ancora docile, piena di possibilità. Poi il fuoco decide. Ed è lì che la materia prende davvero la parola.

Le numerose mostre collettive in Umbria – da Spoleto a Gubbio, passando per Leonessa – hanno contribuito a far uscire il lavoro di Liuva dal laboratorio e a metterlo in dialogo con altri linguaggi e con un pubblico attento alla sperimentazione. Perché la sua ceramica non chiede di essere solo guardata. Chiede di essere vissuta.

Arte e artigianato per me sono una sola cosa. I miei oggetti devono funzionare nella vita quotidiana, ma anche aprire uno spazio emotivo”. Ed è forse qui la cifra più autentica del suo lavoro: creare forme che abitano il quotidiano senza rinunciare alla profondità dell’arte.

Un passaggio significativo, che conferma come il suo percorso, nato dall’intimità del laboratorio e da un rapporto fisico con la materia, sia ormai capace di dialogare con il mondo del progetto e del design internazionale, senza perdere profondità, identità e radicamento nella tradizione ceramica umbra.

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