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L'intervista

Da Don Matteo a Sandokan: l'Umbria che ha plasmato Jan Maria Michelini

Sabrina Busiri Vici

09 Gennaio 2026, 20:17

Da Don Matteo a Sandokan: l'Umbria che ha plasmato Jan Maria Michelini

Il regista Jan Maria Michelini (foto Erika Quenka)

C’è una casa in Umbria, un casale ristrutturato sotto il borgo di Montenero, vicino a Todi, che per il regista Jan Maria Michelini non è solo un luogo privato, dell’anima, ma un punto fermo della sua storia personale e professionale. È lì che si ritrovano i familiari, è lì che ha preparato gli esami universitari immerso nel silenzio della campagna, ed è da lì che prende forma un legame profondo con una regione che torna più volte nel suo percorso, sul piano umano e su quello artistico: l’Umbria.


Da Don Matteo, girato a Spoleto, fino alla più recente avventura di Sandokan, Michelini ha attraversato generi e immaginari molto diversi, costruendo una carriera fondata sulla versatilità e sulla capacità di raccontare i luoghi come parte integrante delle storie. Vive a Roma, ma il legame con l’Umbria nella sua vita resta centrale. “Vivo a Roma, ma ho una casa a Todi. È un casale sotto il borgo di Montenero, comprato all’asta nei primi anni Novanta insieme a mia madre e poi ristrutturato. È diventato il luogo dei ritrovi di famiglia. Lì ho preparato tutti gli esami dell’università: andavo con il cane, mi chiudevo nella natura e nel silenzio per settimane. Studiavo a Roma, ma concentrarmi a Todi era tutta un’altra cosa”.
- Un’Umbria vissuta prima fin da giovanissimo...
Assolutamente. È un luogo che ti mette in una condizione mentale particolare. Poi il rapporto professionale è arrivato: il mio primo film come assistente l’ho fatto su un set di Pupi Avati, che anche lui è legato a Todi. E poi, più tardi, Don Matteo.
- Don Matteo, nel periodo spoletino, vero?
Sì, io sono arrivato quando la serie era già stata spostata a Spoleto. Ed è una meraviglia. Penso a Monteluco, all’eremo di San Francesco. Lì ho conosciuto personaggi incredibili, come Felicino, un pastore-contadino che sapeva quasi tutta la Divina Commedia a memoria per tradizione orale. Sono incontri che accadono solo in certi luoghi. L’Umbria ha questa capacità di sorprenderti.
- Secondo lei quanto l’Umbria ha influito sul successo di Don Matteo?
Tantissimo. Il produttore Bernabei ci ha sempre chiesto di valorizzare l’ambientazione. Grandi campi, droni, la campagna, i borghi. Siamo andati a Castelluccio durante la fioritura per la sigla. L’ambientazione per le serie Lux Vide è sempre stata un dogma: il territorio non è sfondo, ma parte integrante del racconto.
- Il paesaggio può diventare protagonista?
Sì. Vince la drammaturgia, certo, ma c’è sempre un filo invisibile che lega la storia all’ambientazione. Spoleto, in questo senso, sembra quasi un set teatrale, invece è reale. È una fortuna poter raccontare storie in luoghi così.
- Da un personaggio rassicurante come Don Matteo a Sandokan: un cambio di registro netto.
Ma in mezzo c’è stato molto altro: Blanca, Doc, I Medici. La versatilità è la bellezza di questo mestiere. Cambiare genere, cambiare pelle. Ogni volta devi studiare, approfondire, entrare in nuove psicologie, nuovi territori, culture e periodi storici. È faticoso, ma è la parte più affascinante del lavoro.
- Come si è confrontato con la memoria collettiva su Sandokan?
La prima reazione è stata di spavento, soprattutto per la serie precedente, che è entrata nel cuore di tutti. Rifare qualcosa di così amato non è semplice.


- Cosa l’ha convinta ad accettare la regia?
Quando ho letto l’idea dell’origin story: raccontare come Sandokan diventa Sandokan. Da semplice pirata a condottiero. Era una storia forte. Poi ho fatto una richiesta precisa: usare la musica originale dei De Angelis. Per me era uno spartiacque. Quando mi hanno detto che avevano trovato l’accordo, ho capito che si poteva fare. Sandokan senza quell’inno non sarebbe stato Sandokan.
- Tra tutte le sue regie, ce n’è una che sente più rappresentativa?
È difficile dirlo. Mi piace ricordare I Medici, soprattutto il finale della seconda stagione, La Congiura dei Pazzi. È stato uno dei lavori più riusciti e più complessi dal punto di vista tecnico. Ma ho un legame forte anche con Un passo dal cielo: quarantadue episodi girati sulle Dolomiti, una vera nave scuola, con ricordi e amicizie che durano ancora oggi.
- Per Sandokan avete scoperto anche una Calabria inedita.
Sì, una Calabria sorprendente. Tropea, Capo Rizzuto, mari stupendi. Abbiamo costruito anche dei backlot, come il consolato di Labuan, poi completati con gli effetti visivi. È stato un lavoro enorme, ma molto stimolante.
- Ci sarà una seconda stagione?
Stiamo lavorando sulla scrittura, ma non la girerò io. Mi piace iniziare cose nuove. A giugno inizierò una nuova serie contemporanea per la Rai, sul tema della giustizia.
- La dimensione familiare incide sulle scelte professionali?
Molto. Sono sposato con Giusy Buscemi, abbiamo tre figli. Cerchiamo di alternarci, di non lavorare insieme, di ritagliarci spazi. Andare a Todi o nella nostra azienda agricola in Sicilia ci aiuta a mantenere l’equilibrio. A volte si rinuncia a lavori importanti per la famiglia.
- Lei parla anche di fede come parte del suo percorso personale.
Vengo da una formazione cristiana e ho riscoperto la fede in età adulta. Il Vangelo è un testo importante per me. Il Natale? È quel bambino che ti guarda e ti chiede perché continuiamo a farci la guerra.

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