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L'ESPERTO

La tragedia di Crans Montana e le responsabilità dei grandi

Laura Dalla Ragione, docente al Campus Biomedico di Roma, legge cosa è successo nelle Alpi svizzere

Felice Fedeli

08 Gennaio 2026, 19:45

La tragedia di Crans Montana e le responsabilità dei grandi

Laura Dalla Ragione docente universitaria al Campus Biomedico di Roma

Laura Dalla Ragione, Psichiatra e fondatrice Rete Dca Usl 1 dell’Umbria e docente al Campus Biomedico di Roma, rilegge la tragedia di Crans-Montana e lo fa dando una lettura nuova di tutto il drammatico evento. Ecco cosa sostiene.
Non ci sono parole, si dice in questi casi. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata, in quel locale la notte di Capodanno nelle Alpi svizzere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente, l’avidità degli adulti che invece di mettere al primo posto la sicurezza, hanno messo il profitto. I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli. Ma non toccherebbe mai a loro morire.

Molti hanno notato nei video trasmessi nei giorni successivi, la strana lentezza , quasi apatia di molti ragazzi ad uscire subito dal locale, appena è iniziato l’incendio, molti addirittura riprendevano con il telefono le fiamme, che iniziavano a diffondersi dal soffitto. La critica più frequente riguarda l'apparente inerzia dei ragazzi dinanzi all’inizio dell’incendio , perché non è scattato l’allarme che spinge alla fuga davanti al pericolo? Le neuroscienze ci spiegano che non si è trattato di apatia, ma di un fallimento biologico del sistema di allerta.

L’amigdala, la centralina della paura nel nostro cervello, non rileva il pericolo in modo oggettivo, ma per confronto di pattern. Il sistema si attiva solo se lo stimolo viola le aspettative di sicurezza o somiglia a un trauma già vissuto. In una discoteca a Capodanno, elementi come fumo, calore, luci intermittenti e rumori assordanti sono stimoli congruenti con lo scenario. Il cervello dei ragazzi ha catalogato ciò che stava accadendo come parte dello spettacolo, probabilmente anche le prime fiamme. A quell’età la percezione del pericolo è limitata .Gli adolescenti si sentono immortali. Il cervello a 16 anni è già pienamente sviluppato e reagisce intensamente agli stimoli emotivi e alla ricerca di gratificazione, ma la corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione delle conseguenze a lungo termine di quello che fai, non completa la sua maturazione prima dei 25-30 anni. E’ come avere un motore molto potente (che sarebbero le emozioni )senza un guidatore esperto o freni adeguati (che sarebbe la logica). Il cervello a quell’età mostra una sensibilità esagerata rispetto agli adulti, durante le attività eccitanti o nuove, che può letteralmente oscurare la percezione dei rischi associati. La presenza degli amici inoltre agisce come un catalizzatore neurologico e rende ancora più difficile il controllo. Gli studi di neuroimaging, ci mostrano che la sola osservazione da parte di coetanei, attiva il cervello dell'adolescente aumentando drasticamente la propensione al rischio, anche senza pressione diretta. A 16 anni il valore sociale della popolarità o dell’inclusione, supera spesso il valore della sicurezza personale, nella gerarchia decisionale cerebrale. Questo non accade dall'avvento dei social e degli iPhone, accade da sempre , ecco perché i luoghi frequentati dai minori dovrebbero avere tutele anche maggiori e controlli più severi.

Proprio perché alcuni ragazzi, magari sono più rapidi nella reazione al pericolo, perché hanno già sperimentato situazioni analoghe, ma la maggioranza può non avere queste caratteristiche , ed è giusto che facciano esperienza e che siano tutelati dagli adulti che gestiscono gli spazi che li accolgono. I ragazzi non sono morti, perché filmavano il soffitto già incendiato, ma perché il locale non era a norma e l’unica uscita di sicurezza era stata ristretta per fare posto ad altri tavoli. Questa è una storia drammatica da ogni angolazione, ma soprattutto per l’assenza della protezione necessaria che a questi ragazzi è stata negata.  

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