TERNI
“Dopo quasi 20 anni speriamo che si arrivi finalmente alla verità su Barbara”. Monica Corvi non ha mai smesso di lottare. E ha continuato a farlo insieme ai genitori, alla sorella Irene ed alle tante donne ed uomini di Montecampano di Amelia che non hanno dimenticato Barbara, la 35enne scomparsa nel nulla 17 anni fa.
“Quando incontrai Barbara per l’ultima volta - ricorda Monica - era un po’ scossa.
Poi c’è stato il buio. Ma noi non ci siamo arresi.
La notizia della riapertura delle indagini l’abbiamo appresa dai media e dal nostro avvocato. Per noi è un fatto positivo.
Sull’inchiesta non posso dire nulla e neanche su ciò che penso sulla sorte di mia sorella.
Noi tutti - prosegue - abbiamo ripreso la vita di sempre, ma dentro c’è qualcosa che ci manca profondamente.
Speriamo che si arrivi finalmente alla verità. E’ quanto ci auguriamo tutti noi, in famiglia, insieme ai figli di Barbara ed alle donne che l’hanno sempre ricordata in ogni ricorrenza: dalle fiaccolate agli eventi per l’8 marzo”.
Intanto grida la sua innocenza l’ex marito, Roberto Lo Giudice, di nuovo indagato insieme al fratello Maurizio.
L’uomo si dice pronto a sottoporsi quanto prima al test del Dna per accertare eventuali tracce biologiche sulle cartoline, a firma dell’ex moglie, spedite da Firenze pochi giorni dopo la misteriosa scomparsa della donna.
Un elemento centrale per le nuove indagini, coordinate dal procuratore Antonio Laronga, in vista dell’incidente probatorio fissato dal gip Barbara Di Giovannantonio per il prossimo 10 giugno.
In un video, inviato al giornalista Klaus Davi, Lo Giudice, si dice molto amareggiato perché “da 17 anni sono indagato per una storia di cui non so niente.
È giusto che la Procura faccia le sue indagini. Ho dato la mia massima disponibilità in questi anni. Mi sono messo a disposizione per quanto riguarda le macchine, per controllare qualsiasi cosa loro vogliono. E anche adesso mi sono rimesso a disposizione per dare il mio Dna. Purché si arrivi alla verità perché questa - conclude Lo Giudice - non è vita”.
Secondo il procuratore, Antonio Laronga, a fare la differenza potrebbero essere gli strumenti di accertamento scientifico oggi a disposizione degli inquirenti.
“Ecco perché, quando ci siamo accorti della presenza di alcuni reperti - osserva - abbiamo deciso di muoverci nel modo più rapido possibile”.
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