L'intervista
Il procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone
“In Umbria c’è un amplissimo uso di droghe non solo tra i giovani e qui le mafie dello spaccio, albanesi e nigeriane, stanno facendo un salto di qualità”. Il monito arriva dal procuratore Raffaele Cantone che si congeda senza risposte di circostanza. L'ex numero uno di Anac e ormai ex capo della procura di Perugia torna ora nella sua Campania per assumere la guida della procura di Salerno, e rilascia al Corriere dell’Umbria un’intervista che smonta vecchi schemi e accende un faro sulle nuove emergenze: dalle mafie dello spaccio straniere al dramma sociale della droga, fino alla pesante eredità delle inchieste che hanno scosso i palazzi romani e le grandi incompiute della giustizia umbra, come la cittadella giudiziaria di Perugia, la (mancata) Rems in Umbria, senza dimenticare la situazione esplosiva del carcere di Capanne.
- Procuratore com’è stata la sua esperienza a Perugia?
Questo è un tema a me molto caro. All’inizio mi è sembrato un approccio freddo: facevo fatica a capire gli umbri, ma a distanza di tempo ho compresso che era una questione di rispetto. In ogni caso, credo sia stata una scelta positiva mantenermi fuori dalla vita sociale della città, che ha pagato anche nel rapporto con i cittadini. L’ho visto in questi giorni in cui tante persone comuni mi hanno fatto auguri veri e affettuosi. Non posso che esprimere apprezzamento per il modo in cui i perugini si sono interfacciati con me.
- Dal punto di vista della legalità, che Perugia ha trovato e che Perugia lascia?
Devo essere onesto, conoscevo pochissimo Perugia. Mi ero fermato ai dati delle relazioni annuali che erano anche molto datati, perché c'è la tendenza a riprendere le notizie degli anni precedenti. Questa regione ha un livello di legalità molto alto, si vive bene, perciò mi sono indignato quando qualcuno voleva far vedere un'immagine di Perugia che sembrava la Bolivia: non è vero. Però ci sono tutta una serie di rischi e problemi, che riguardano soprattutto la criminalità straniera che sta facendo grandi salti di qualità, approfittando del fatto che non c'è un'altra criminalità e inserendosi in modo perfetto in un tessuto che ha trovato più disponibilità da parte degli umbri di quanto immaginassi.
- E’ corretto parlare di criminalità organizzata nel territorio umbro?
Direi proprio di sì, soprattutto due realtà, quella albanese e quella nigeriana, sono vere e proprie strutture mafiose. Non sono le mafie degli omicidi e degli attentati, ma sono organizzati in modo molto forte dal punto di vista della struttura. Hanno un rapporto stretto con i potentissimi gruppi mafiosi in Albania. La loro attività principale è lo spaccio, però si sono anche inseriti nel settore economico, utilizzando un tessuto di cittadini che nulla hanno a che vedere con la criminalità. Appena arrivato chiesi alla finanza di fare il punto sulle imprese che facevano capo agli albanesi, senza voler fare nessun tipo di valutazione razzista. Però individuammo dati significativi: le imprese albanesi in Umbria sono tante, soprattutto nell’edilizia. Abbiamo verificato che in molte di esse ci sono soggetti coinvolti in indagini in materia di droga. Queste imprese non fanno riciclaggio, ma si è un po’ verificato quello che è successo quando è stata esportata la criminalità organizzata meridionale. Cioè ci si rivolge alla struttura di connazionali già presenti per ogni esigenza. Qui arrivano persone a fare gli spacciatori per tre mesi: sanno dove trovare la casa, hanno la macchina a disposizione, il cellulare e purtroppo l'assistenza legale. Queste organizzazioni mafiose si stanno strutturando in Umbria senza creare problemi, perché non sparano e non danno fastidio ai cittadini e si stanno appropriando di pezzi di criminalità e non solo.
- Quindi è questa l'emergenza del nostro territorio?
Sì è la droga, che si accompagna a tutta una serie di episodi di criminalità violenta da parte di immigrati di seconda generazione, strutturati in bande. Penso alle storie, anche drammatiche, collegate ai ragazzi di Ponte San Giovanni con l'utilizzo dei coltelli. Stiamo cominciando a vedere quello che a Milano, o nelle grandi capitali del Nord, con le bande di giovani armati è la normalità.
- Se dovesse sintetizzare il suo mandato in due risultati e due limiti, quali indicherebbe?
Il risultato più importante è stato evidenziare queste novità sulla criminalità organizzata. Ho sempre detto, in questi sei anni, che la descrizione del territorio come una sorta di centrale della Calabria era un falso assoluto, perché qui non ci sono strutture criminali autoctone organizzate. L'altro aspetto è aver cercato di lavorare su una procura che potesse sempre più aprirsi all'esterno. Per me è un vanto aver strutturato il sito della procura e aver creato rapporti anche coi cittadini. Di limiti potrei citarne decine, il principale è non essere riusciti ad aiutare a far partire una cittadella giudiziaria degna di un capoluogo di regione. Avere uffici come quelli di Perugia è indecente: basti pensare che nel nostro ci sono punti dove c’è ancora l'amianto. L’altro limite, per cui a me è dispiaciuto molto, è non essere riusciti a convincere le istituzioni a farsi carico del problema della psichiatria giudiziaria. Ne ho parlato con entrambe le governatrici che si sono succedute e nonostante le rassicurazioni le Rems non sono partite. Ovviamente la colpa delle istituzioni locali è relativa perché è sbagliata la legge, però la Regione continua a non far nulla ed è molto grave.
- Qual è stata l’inchiesta più difficile da un punto di vista investigativo?
Forse le difficoltà principali sono state collegate all'inchiesta sui cosiddetti dossieraggi, perché ci siamo dovuti confrontare, partendo da un ufficio piccolo, con una questione enorme. Perugia ha la competenza dell'articolo 11 su Roma, che è forse la cosa più importante. Però è anche un grande limite, perché è un topolino che si deve occupare di un elefante e tutte le volte, alla fine, è necessario utilizzare polizia giudiziaria non del posto, con tutti i problemi che ne conseguono.
- E dal punto di vista umano?
La vicenda che più mi ha colpito è certamente quella di Andrea Prospero. Forse più come genitore che come magistrato, perché non si riesce a spiegare come un ragazzo, che non dovrebbe avere nessuna pulsione di quel tipo, arrivi a suicidarsi con quelle modalità, in quel contesto. Veniva da una famiglia per bene, era un giovane per cui non si poteva assolutamente immaginare quella doppia vita. Mi porterò per sempre l’immagine di quel ragazzino morto. Ho visto tanti cadaveri anche in stato osceno, di omicidi di camorra, ma il corpo di Prospero in quella stanza non lo dimenticherò mai.
- La competenza sui magistrati romani, come anticipava, rende la procura di Perugia, tanto per importanza quanto per delicatezza, un ufficio unico. Quanto pesa questo aspetto e quanto espone a pressioni?
Da Perugia è passato uno degli snodi più importanti della vita giudiziaria del Paese: le vicenda Palamara. Io credo che la competenza su Roma sia una specie di core business fondamentale: la procura di Perugia, non solo sotto la mia gestione ma in generale, ha dato una discreta prova della capacità di occuparsi di questi casi. Nel corso degli anni ha trattato vicende delicate, tra le altre, quella che ha riguardato la Fallimentare di Roma, però è una procura che fa grande fatica a interfacciarsi col distretto della Corte d'Appello di Roma. Quanto all’articolo 11, non mai avrei immaginato la quantità abnorme di esposti che arrivano contro i provvedimenti giudiziari di Roma, la maggior parte dei quali assolutamente strumentali. Ma vanno comunque verificati e questo ovviamente ci espone alla difficoltà, insieme a quelle collegate alla polizia giudiziaria esterna, di fare le indagini sulle vicende vere.
- Il caso Palamara ha segnato profondamente tutta la magistratura: che eredità lascia oggi anche sul piano della fiducia dei cittadini?
Io penso sia uno dei casi in cui la vicenda viene anche un po' richiamata a sproposito, come è successo in campagna elettorale. Non voglio fare difese d’ufficio della categoria, perché non è proprio nel mio stile, però se lo guardiamo dal punto di vista giudiziario, Palamara è stato espulso dalla magistratura per fatti deontologici, a prescindere dalle indagini. Vorrei sapere quale altro organismo del paese espelle un personaggio, anche di peso, per una vicenda solo deontologica. Ovviamente poi il caso Palamara è soprattutto le chat, perché la questione giudiziaria, tutto sommato, era anche abbastanza ristretta, riguardava vicende sue. Il caso è tutto incentrato sulla lettura delle chat, per le quali però non sempre si è poi verificato se tutte le cose dette da Palamara erano vere, perché, per sua stessa ammissione, ha dichiarato che diceva sì a tutti, ma poi non sempre ne seguivano dei fatti. Certo, quel che emerge lì è il quadro di una magistratura che si muove con logiche retrostanti alle scelte formali, con accordi che vengono fatti fuori dal Csm, in tempi e in modi che credo in parte siano superati. Da magistrato posso dire che è stato positivo sia emerso quel bubbone, in modo che nessuno possa far finta, in futuro, che non sia avvenuto. E questo è stato anche un po’ merito della procura di Perugia.
- Dopo la vittoria del No al referendum, per cui lei si è apertamente schierato, disse che non era solo il momento di festeggiare ma di rimboccarsi le maniche. Quali sono le riforme più urgenti di cui ha bisogno la giustizia?
Credo che quel richiamo non sia servito assolutamente a nulla, perché l'impressione è che la campagna elettorale non sia finita. Quelli del sì dicono che chi ha votato no è stato preso in giro perché si è fatta un'operazione di disinformazione, dimenticando che la democrazia è questo. Quelli del no sostengono che ormai, avendo ottenuto il risultato, è giusto che le cose restino così. Io penso che purtroppo non si stia cogliendo l'occasione di capire che, per la prima volta, oltre il 60% dei cittadini è sceso in campo per occuparsi della giustizia: ha vinto il no con 12 milioni, ma 10 milioni di persone hanno votato sì e quella resta una manifestazione di sfiducia nei confronti della magistratura. Detto questo, che è necessario perché io non sono affatto ottimista sul futuro, i problemi veri sono quelli quotidiani. Voglio parlare del mio ufficio: entro breve dovremmo chiudere alcuni servizi perché non arrivano gli amministrativi. Non si può pensare che il tema siano solo gli organici dei magistrati. Certo, devo riconoscere al ministro Nordio che un numero di concorsi per la magistratura così non si era mai visto e teoricamente quando finiranno forse l'organico sarà più o meno a posto, ma quello degli amministrativi? E poi c'è una cosa per cui questo periodo parlamentare si è distinto assolutamente in negativo: non c'è una legge della quale non venga fatta un'ulteriore riforma nel sistema penale. La normativa sulle intercettazioni è stata modificata almeno 7-8 volte. Servono scelte chiare: non ci si può sempre lamentare che i processi non si fanno e poi si complica continuamente il sistema. Se si continua a ragionare semplicemente con la riforma della magistratura non si andrà da nessuna parte. Poi ben venga il rafforzamento delle misure che riguardano il disciplinare dei magistrati, perché non tutti fanno il proprio dovere, prevedendo però che queste stesse misure vengano fatte per tutte le magistrature. Perché, per esempio, ci doveva essere un'alta Corte di Giustizia che riguardava solo i magistrati ordinari e non i contabili, gli amministrativi? Servono poi meccanismi molto rigorosi sull'incompatibilità, invece anche su questo abbiamo visto un annacquamento. Il magistrato non deve solo garantire l’indipendenza, deve anche esserlo. Infine si deve mantenere un livello molto alto della deontologia.
- Quali sono le urgenze criminali o sociali – penso alla violenza di genere - nel nostro Paese?
Vado un po’ in controtendenza, anche tenendo presente l'esperienza umbra. Sicuramente la violenza di genere è stata uno dei core business, non solo di questa ma anche della precedente legislatura, con continue riforme in materia di codice rosso, ma con la logica sbagliata di scaricare sempre sulla magistratura la responsabilità di un problema sociale. Noi abbiamo investito moltissimo sulle questioni della violenza di genere con buoni risultati dal punto di vista processuale. Però io penso che il grande problema del paese sia la droga e, con grande dispiacere, devo dire che in Umbria c'è un tasso di utilizzo amplissimo, sia di quelle tradizionali che sintetiche, che sono frequentissime fra i giovani e non solo, perché c’è tutta una parte di persone di mezza età che utilizza la cocaina in modo assolutamente ordinario e che alimenta una forma significativa di criminalità. Purtroppo la droga è un tema su cui bisognerebbe riprendere a fare prevenzione in modo serio, perché rischiamo di perdere intere generazioni. Anche con riferimento alla vicenda Prospero, è incredibile verificare come questi ragazzini, che non provengono da circuiti criminali, utilizzavano una quantità enorme di medicinali per drogarsi che si procuravano con una facilità incredibile. Non si può pensare di utilizzare solo la leva penale. Vogliamo riempire ancora più le carceri? Tra l’altro in Umbria non va sottovalutata la situazione carceraria perché, soprattutto Capanne è assolutamente fuori controllo.
- Nelle ultime ore il ministro Nordio ha detto che non si vuole reintrodurre l'abuso d'ufficio, nonostante i rilievi dell'UE. Anche sul traffico di influenze lei è sempre stato contro l’abrogazione, cosa dovrebbe accadere ora?
La direttiva prevede due anni. Se non lo farà lui, lo farà qualcun altro, e comunque su una cosa il ministro ha ragione, voglio dirlo perché ho letto attentamente la direttiva: la norma non prevede l'obbligo di ripristinare l’abuso d'ufficio, ma prevede ci debbano essere delle disposizioni per punire le violazioni di legge in certe condizioni. Credo invece che vada assolutamente rifatta la norma sul traffico di influenze, perché fra le due modifiche quella è stata la più dannosa.
- Perugia, sotto la sua guida ha scoperto un caso di dossieraggio, l’inchiesta Striano, senza precedenti. Proprio in questi giorni ne sta emergendo un altro, il sistema è preparato per far fronte a minacce di questo tipo?
Io devo dare atto che su questo tema governo e parlamento si sono mossi bene, hanno capito che la criminalità informatica è il futuro. E’ stata creata un’agenzia che a mio modo di vedere funziona male però sono stati messi in campo degli strumenti. Per combattere questo tipo di crimine serve una diversa specializzazione. Ma non siamo all'anno zero perché la Polizia di Stato ha un corpo di grande professionalità, la polizia postale. Abbiamo alcune risorse nella Postale umbra veramente di livello eccezionale. La vicenda Striano e mi faccia dire, già prima quando era emersa a Perugia la vicenda del nostro funzionario cancelliere, è stata fondamentale per comprendere che le nostre banche dati hanno un patrimonio di informazioni eccezionale, e possono essere utilizzate in maniera illecita. Per questo dobbiamo garantire controlli rigidi e blindare le nostre informazioni.
- C’è qualcosa che rifarebbe in maniera diversa?
Se dicessi che è andato tutto bene farei una manifestazione di presunzione, che non mi appartiene. Ma tante cose, meno visibili, sono state fatte in modo corretto. Abbiamo lavorato moltissimo per cercare di migliorare i tempi dei processi. Anche in Umbria ci sono ritardi non accettabili. L'impegno che abbiamo messo per eliminare il carico del monocratico in parte è riuscito.
- Da lunedì tornerà in Campania da cui manca, come magistrato in prima linea contro la camorra, da circa 20 anni. Da dove ripartirà?
Devo certamente ripartire dalla comprensione della situazione, perché la realtà criminale campana è molto cambiata da quella che ho lasciato nel 2007. Devo dire che Salerno, sotto questo profilo, non è una procura che ha come principale impegno i fenomeni di criminalità organizzata, ma certamente dovrò rimettermi a studiare.
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