PERUGIA
Due anni fa, quando la moglie era incinta del loro bambino, l’aveva spintonata e fatta cadere. L’aggressione era arrivata al culmine di una discussione innescata dalla sua gelosia patologica. E’ anche per questo motivo, insieme a diversi altri episodi, che un uomo di 47 anni è stato condannato, nei giorni scorsi per maltrattamenti in famiglia. Il gip, Valeria Casciola, lo ha condannato a due anni di reclusione, con lo sconto di un terzo della pena per aver scelto l’abbreviato e una provvisionale immediatamente esecutiva di due mila euro da corrispondere alla vittima, che si era costituita parte civile nel processo con l’avvocata Sara Pasquino.
Nel capo di imputazione sono elencate tutte le accuse - che al 47enne sono valse anche la misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare con braccialetto elettronico - e che avevano portato, stante l’evidenza della condotta, a chiedere al pm il giudizio immediato. Nello specifico, il pm lo accusava di “rendere abitualmente dolorose le relazioni con la sua compagna, mediante le sofferenze fisiche e morali che determinavano uno stato di avvilimento, attuate con anche mediante atti violenti”. Come quello, avvenuto dopo un anno e mezzo dall’aggressione quando la donna era incinta: aveva il piccolino in braccio, e lui, sottraendogli il bambino, le aveva dato uno schiaffo in faccia.
Poco tempo dopo le aveva fatto una scenata di gelosia perché avevano incontrato un collega che l’aveva salutata. Alla donna aveva detto: “Se chiami i carabinieri ti butto nel lago e non ti faccio trovare mai più”. In quell’occasione le aveva lanciato addosso il telefono cellulare. Solo per caso non l’aveva ferita. E poi, spiega il pm nel capo di imputazione, la loro vita insieme era costantemente caratterizzata dai suoi insulti perché era geloso di lei. Le dava della poco di buono, accusandola di avere altre storie. A causa della gelosia ossessiva, l’imputato era arrivato addirittura a monitorare costantemente gli spostamenti della compagna che - sta scritto nell’accusa - per uscire, era costretta sempre ad informarlo e a chiedergli il permesso.
Per sottrarsi da questa situazione di violenza, la donna, alla fine, nel luglio del 2025 aveva deciso di chiedere aiuto al Centro antiviolenza allontanandosi da casa insieme ai suoi tre figli. Lui, stando agli atti, in un tentativo di ritorsione, due sere dopo aveva chiamato i carabinieri per “gettare discredito - aveva scritto il gip nella misura cautelare con cui aveva allontanato l’uomo dalla casa familiare - nei confronti della donna mostrando ai militari i segni dei graffi raccontando che la compagna era ossessionata dalla gelosia”. Secondo il giudice infatti, la chiamata al 112 di quella sera da parte dell’odierno condannato, altro non era che un “mezzo di sopraffazione” verso la donna, che veniva costantemente “minacciata” dal compagno. Le diceva che le avrebbe fatto togliere il bambino e per questo, molto spesso era anche arrivato a riprenderla con un cellulare. Il giudice inoltre, nell’ordinanza, aveva sostenuto che, “della gelosia che la donna nutrirebbe verso il compagno non c’è traccia mentre di quella dell’indagato ha dato conto anche il padre della donna”.
La misura del divieto di avvicinamento alla donna e ai figli minori, per cui era stato disposto anche il controllo tramite braccialetto elettronico, tra l’altro è stata recentemente confermata proprio dallo stesso gup che lo ha condannato a due anni. La difesa dell’uomo infatti aveva chiesto la revoca contestualmente alla scelta del processo con rito abbreviato, ma il giudice, sottolineando anche i precedenti specifici - l’uomo era già stato accusato di maltrattamenti e stalking nei confronti della ex - glielo ha negato.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy