CRONACA
I palazzoni ribattezzati hotel Gomorra a Ponte San Giovanni
“Io sono un investimento per loro...eh ricordi come dicevano una volta i vecchi mafiosi? Proteggere sempre il tuo investimento”.
A parlare in una intercettazione finita agli atti di uno dei tantissimi processi che lo vedono imputato o condannato, è il 63enne di Messina, Giuseppe D'Urso, a cui nelle ultime ore la guardia di finanza di Perugia insieme alla Dia hanno confiscato beni mobili e immobili per cinque milioni di euro in esecuzione di una misura di prevenzione emessa dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Perugia su richiesta della Direzione investigativa antimafia.

Secondo quanto emerso dai certosini accertamenti patrimoniali, eseguiti dal Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza di Perugia, infatti, il 63enne avrebbe investito nel settore immobiliare somme da capogiro a partire dal 2010, nonostante i suoi redditi tra il 1997 e il 2017 fossero sostanzialmente nulli.

Quel fiume di denaro secondo diverse inchieste in mezza Italia, erano soldi sporchi dei Casalesi. D'Urso non è un nome nuovo per Perugia, era infatti lui l'imprenditore già condannato che arrivò in città, per conto del clan di Villa Literno con ingenti somme da investire nell'edilizia.
Lo aveva raccontato lui stesso, alla compagna, in questi termini: “Un milione e mezzo gliel'ho preso a quelli da sotto io, lo sai che gli ho preso un milione e mezzo agli assassini peggiori d'Italia?”.
A sgominare quel tentativo di infiltrazione camorristica, di cui per anni a Perugia è rimasta traccia tangibile con i palazzoni ribattezzati hotel Gomorra (anche per la scritta comparsa su uno di essi) di Ponte San Giovanni era stata la magistratura e le forze dell'ordine con la maxi inchiesta denominata Apogeo (processo di primo grado ancora in corso), in cui D'Urso, insieme a una quindicina di persone finì in cella, dove si trova anche adesso, detenuto a Secondigliano.
In particolare, della compagine direttamente collegata ai casalesi, D'Urso - che all'epoca era stato pizzicato dai Ros di Perugia con Armando Diana, nipote di Rosalba Schiavone, e altri uomini vicini al boss Francesco Schiavone, detto Sandokan – era ritenuto il capo.
Era stato lui, prima del 2011, a cercare manodopera per il tentativo di infiltrazione a Perugia e trovare quello che poi divenne la testa di legno della società – scatola cinese – usata per comprare gli appartamenti che la Palazzetti srl stava costruendo a Ponte San Giovanni e che, solo recentemente, con la giunta Romizi erano stati demoliti per lasciare spazio a un progetto di rigenerazione urbana.
Fu proprio il legale rappresentante fittizio della società che, minacciato a morte e terrorizzato, raccontò tutto agli inquirenti: “Uno degli appartenenti a questo gruppo mi ha detto che dovevo stare attento a come mi comportavo perché altrimenti sarei finito annegato con il cemento ai piedi, e un altro mi disse che non dovevo alzare la testa perché ero una testa di legno”.
Del resto, lo stesso D'Urso, intercettato di lui diceva: “Non può fare nulla, non si può comprare nemmeno l'acqua minerale, gli ho fatto firmare le dimissioni da parte di tutte le società e adesso le tengo io in mano”. ancora: “Questo è il mio mondo, io sono il re e tu sei uno schiavo di merda”.
Dalle indagini è emerso che nemmeno dopo le diverse inchieste D'Urso aveva cambiato i suoi affari, come dimostra un'interdittiva antimafia del prefetto di Massa Carrara del 2019.
Adesso arriva la misura di prevenzione - firmata dai giudici Lidia Brutti, Piercarlo Frabotta ed Emma Avella – con la confisca di società, terreni e immobili tra Perugia, Milano, Verona, Massa Carrara, Pistoia, Forlì e Pordenone che certifica non solo quella che gli inquirenti definiscono una “pericolosità qualificata” di D'Urso, ma pure la particolare gravità dei reati commessi a Perugia.
È proprio per questo infatti che il tribunale di Firenze, nel 2019, si era dichiarato incompetente trasferendo tutto nel capoluogo umbro.
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