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CRONACA

"Dobbiamo smerciare un chilo al mese". Proseguono gli interrogatori: chiesti 13 arresti per spaccio

Francesca Marruco

09 Gennaio 2026, 08:49

"Dobbiamo smerciare un chilo al mese". Proseguono gli interrogatori: chiesti 13 arresti per spaccio

Dobbiamo smerciare almeno un chilo al mese, tanto se lo beccano lo rilasciano” diceva uno degli spacciatori albanesi al suo complice napoletano mentre aspettavano di recuperare quei “200 pezzi” di cocaina purissima. Agli atti dell’inchiesta del Gico della Guardia di finanza che a dicembre aveva portato all’esecuzione di quattro ordinanze di custodia cautelare e per cui adesso sono iniziati gli interrogatori preventivi di altre 13 persone per cui la procura ha chiesto l’arresto, ci sono pure i selfie che i pusher si sono fatti in macchina con enormi panetti di cocaina purissima. E conversazioni inquietanti su quanto accaduto tra gli spacciatori e qualcuno che doveva loro dei soldi: “Ieri ha litigato con uno e per poco non gli hanno sparato alla testa, la macchina aveva tutti i vetri rotti”. Secondo quanto contenuto nell’ordinanza, uno degli indagati avrebbe avuto un litigio con una persona che non gli aveva pagato un’autovettura. E poi, sempre commentando lo stesso avvenimento, si erano detti: “È meglio che tu vai due giorni in Albania giusto per finire la questione”. L’altro gli aveva riposto: “Ma lui non è così audace da venire a sparare a Perugia”.

Il mercato di spaccio, ricostruito nel dettaglio dai finanzieri - sotto la guida del sostituto procuratore della Dda, Gennaro Iannarone - era ingente, e l’organizzazione riusciva a movimentare enormi quantitativi di cocaina da molti paesi esteri, tra cui Olanda, Belgio, Spagna, Ecuador, Brasile, Svizzera, Albania e Perù. E proprio del Perù parlano alcuni pusher nel corso di una delle migliaia di intercettazioni eseguite dalla guardia di finanza durante l’inchiesta avviata circa tre anni fa: “Stai tranquillo che è super Perù, puzza di Perù che è arrivata dalla Germania”.

Stamattina, come già avvenuto ieri, proseguiranno gli interrogatori preventivi dinanzi al giudice per le indagini preliminari Margherita Amodeo che poi dovrà esprimersi sulla richiesta di custodia cautelare in carcere.

Secondo quanto ricostruito nell’indagine che quindi ora potrebbe portare a nuovi arresti, per smerciare la loro droga utilizzavano criptofonini, targhe delle automobili clonate, documenti di circolazione contraffatti in modo da risultare, a un primo controllo, intestati a ignari cittadini, ovviamente incensurati. Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, i pusher vendevano soprattutto cocaina, come appurato nel corso dei tanti interventi effettuati dalla finanza che in tre anni aveva già arrestato sei persone in flagranza di reato e sequestrato tre chilogrammi di cocaina, oltre a 80 mila euro in contanti e 10 automobili rubate con targa clonata, di cui 5 poi restituite ai proprietari.

I militari della guardia di finanza avevano inoltre ricostruito con quali tecniche la banda cercava di rendersi inafferrabile: primo fra tutto l’uso dei criptofonini, ovvero i telefoni cellulari non intercettabili i cui dati transitano su server che si trovano in paesi esteri. Inoltre, il taglio della sostanza stupefacente avveniva normalmente in stanze d’hotel prese in affitto dai pusher. Poi la droga veniva spesso sotterrata, come documentato dagli inquirenti che in moltissimi casi hanno rivenuto e sequestrato panetti di cocaina e dosi con la droga già pronta per essere venduta al dettaglio.

Nel corso delle indagini, uno dei grattacapi era stato quello delle auto con targhe clonate, telai modificati che erano state rubate hanno reso tutto più complicato. Ad aiutare le indagini sono state anche le denunce di furto sporte dai legittimi proprietari delle vetture che si erano pure visti recapitare multe per infrazioni commesse dagli spacciatori.

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