Perugia
Incremento della disponibilità di posti letto, reclutamento di nuovo personale sanitario e rafforzamento dell’integrazione tra ospedale e territorio. Sono i tre punti in cui l’Azienda ospedaliera di Perugia si è impegnata a intervenire dopo l’istruttoria condotta dal Difensore civico. Un’istruttoria che ha preso le mosse dalla segnalazione dal sindacato degli infermieri, Nursind: l’esposto aveva l'obiettivo di denunciare la grave e ricorrente collocazione di pazienti in letti posizionati nei corridoi dei reparti dell’Azienda ospedaliera di Perugia.
Dalla risposta del Difensore civico, basata sulle informazioni fornite direttamente dalla Direzione dell’Azienda ospedaliera, emergono ammissioni importanti. L’Azienda ha ammesso il ricorso all’utilizzo di letti aggiuntivi collocati in aree non dedicate alla degenza. Nello specifico, i dati ufficiali riportano che nel solo primo trimestre del 2026 si sono registrati 16 giorni con episodi documentati di utilizzo temporaneo di posti letto nei corridoi. L’ospedale giustifica tali episodi definendoli “circostanze eccezionali”, causate da un incremento degli accessi in Pronto soccorso e dalla maggiore complessità dei casi trattati, con una durata media delle permanenze contenuta in 12 ore. L'Azienda ha riferito di aver introdotto accorgimenti come l'uso di separatori mobili per mitigare l’impatto sulla privacy.
Pur conclusa la fase istruttoria, il Difensore civico, alla luce di quanto è emerso, ha comunicato che manterrà attivo un presidio di monitoraggio sulla questione proprio a garantire la piena e corretta attuazione delle soluzioni prospettate dall’Azienda.
“Come abbiamo fermamente ribadito nella nostra segnalazione del 9 aprile scorso - dichiara Marco Erozzardi, segretario regionale NurSind, - curare i pazienti in spazi destinati al transito è una pratica inaccettabile che lede profondamente i principi di dignità e riservatezza sanciti dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti del malato. Non si tratta solo di una negazione del diritto alla privacy: questa situazione aumenta in modo preoccupante il rischio di infezioni correlate all'assistenza (Ica), compromettendo la sicurezza clinica di chi è già fragile. A farne le spese, oltre ai cittadini, sono i professionisti della salute. Questo modus operandi, infatti, si scarica interamente sulle spalle di chi lavora in corsia, andando ad aggravare in modo insostenibile il carico di lavoro del personale sanitario, costretto a operare in perenne emergenza e già duramente penalizzato da carenze di organico che sono ormai croniche e strutturali”.
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