GRAFFITI
Una decina di giorni fa, durante il “question time” in consiglio comunale è di nuovo riemerso un problema di quelli che non scompaiono mai, nonostante l’impegno di ogni amministrazione: le scritte che imbrattano i muri della città. Nel caso, proposto dall’opposizione (Scoccia e Varasano), si citavano in particolar modo quelle “vandaliche, simboli ideologici e messaggi di odio”, chiedendo espressamente “un rafforzamento del monitoraggio delle zone maggiormente esposte al vandalismo, anche attraverso l’eventuale potenziamento del sistema di videosorveglianza”.
L’assessore Zuccherini ha risposto che tutte le scritte segnalate sono già state cancellate (“sistematicamente coperte o murate”) dal cantiere comunale e che in aggiunta sono stati stanziati 50mila euro per una collaborazione esterna in questo lavoro senza fine. Potremmo chiuderla qui, ma la questione merita qualche riflessione ulteriore.
Proviamo, anzitutto, a distinguere tra writers e imbrattatori, scritte volgari o dichiarazioni di un fidanzato pentito (“non volevo farti del male, ti amo”, zona Fontivegge) al quale, evidentemente, è stato bloccato il cellulare. Ecco, se c’è una constatazione da fare è proprio questa: ormai lo smartphone ha sostituito giornali, tv lineare, libri, enciclopedie, lettere, raccomandate, cup, banche, ufficio postale. Persino partite di calcio intere (meglio gli highlights, con 3-4 minuti si vede tutto), ma non ha ancora surrogato la voglia smodata di scrivere sui muri. Con una differenza sostanziale: i writers non saranno tutti come Banksy, non avranno tutti realizzato opere di grande impatto emotivo come il murales gigante di Maradona ai Quartieri Spagnoli, ma se andate a fare un giro a Fontivegge, nella zona riservata a loro da decenni, troverete immagini molto belle e significative, che si rinnovano con una incredibile frequenza.
Chi invece non cambia mai sono coloro che lasciano la loro firma (tag), ci dicono per marcare il territorio, ma è una cosa che fatichiamo a capire anche conoscendo l’analisi logica della frase. Abbiamo visto taggate le vecchie cassette postali rosse, muri scrostati e muri appena rifatti, centraline dell’Enel e delle compagnie telefoniche, con il paradosso, illustrato dalla nostra foto, del sottopassaggio che porta alla stazione evitando l’attraversamento di via Settevalli. È pulito, ben illuminato e controllato dall’impianto di videosorveglianza, ma è ugualmente pieno di schizzi blu.
Come dire: si possono mettere anche mille telecamere, ma poi bisogna guardare, identificare, multare. Di solito queste cose si fanno per azioni delittuose o fortemente impattanti sull’arredo urbano (rintracciati, per esempio, i ragazzi che gettavano petardi nella Fonte Lomellina, davanti all’Arco Etrusco), più difficile controllare gli imbrattatori seriali o occasionali.
Due pensieri finali. Il primo: alla Pallotta è stata cancellata la scritta “Free Palestine”, che ovviamente sporcava un muro, ma si fa fatica a capire come questa giunta, che ha esposto la bandiera palestinese dal palazzo comunale, la consideri al pari di un messaggio d’odio.
Secondo: alla squadra di “pulitori” (ed ai controllori del centrodestra) è sfuggito un insulto contro Pio IX, qui non ripetibile, scritto da parecchio tempo su un armadio stradale dell’Enel, all’uscita di Porta San Costanzo. Considerato che si tratta del Papa che il 20 giugno 1860 mandò a Perugia le truppe di mercenari svizzeri, autori della strage di civili inermi a Borgo Bello, che a pensare male si fa peccato, ma non si sbaglia, forse più d’uno ha chiuso un occhio o s’è girato dall’altra parte.
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