GRAFFITI
Ogni volta che si parla di soldi da spendere, anzi di soldi che mancano, al Governo o al più piccolo consiglio comunale esistente, la vox populi che alberga in tutti noi è sempre la stessa: “ma è possibile? Come li spendono? Anzi: come li sprecano?”. E, credeteci, non si tratta di un discorso di basso populismo. Seguire i soldi, capire da dove vengono e dove finiscono, può essere un buon metodo per venire a capo di situazioni apparentemente inestricabili. E che questo tasto sia particolarmente sensibile (basta sfiorarlo) lo ha dimostrato Vittoria Ferdinandi, che nel presentare le linee programmatiche della sua amministrazione ha promesso la creazione delle Case della Partecipazione (ci stanno lavorando, vedremo a breve, si spera) e in maniera più specifica che “il bilancio sarà disponibile, aperto e monitorabile per vigilare sulle nostre spese”.
In linea rigidamente teorica saremmo dritti dritti nel Cos (Centro di Orientamento Sociale) di Aldo Capitini, sognato come “un luogo, non necessariamente fisico, dove progettare una idea di città aperto a tutti, a cominciare dalla gestione delle risorse pubbliche, per diventare tutti amministratori e tutti controllati, per superare il distacco tra amministratori e amministrati”.
I Cos, diciamolo chiaramente, non fecero una bella fine, perché poi la politica e massimamente la burocrazia, che hanno in mano le redini di ogni decisione, anche la più piccola, rivendicano sempre il proprio ruolo. Determinato dalle elezioni e dalle firme da mettere in calce ad ogni documento contabile.
Come organizzarsi, allora? Le Circoscrizioni, finite per consunzione nel 2009, non funcionarono mai, perché usate come allenamento per aspiranti politici, troppo costose, e sommamente inutili rispetto alle tante richieste arrivate dai cittadini, quasi mai soddisfatte “per mancanza di fondi”. Siamo sempre lì.
Cosa ci aspettiamo, allora, dalle Case della Partecipazione? Anzitutto, usando ancora Capitini, che non siano utilizzate solo per “partecipare”, ma anche per “ascoltare e parlare”.
E qui arriviamo al punto nevralgico. Chi è in grado, venendo all’esempio citato, di leggere e capire un bilancio? Lunedì pomeriggio il consiglio comunale ha approvato quello del 2025, ma sfidiamo chiunque, anche in possesso di un diploma di ragioneria (sempre siano lodati i nostri prof. Balucani e Cenci Goga) o di esemplari studi ad Economia e Commercio, a capirci qualcosa di concreto, di contendibile. Per poter “seguire i soldi” occorrerebbero un assessore, un consigliere (anche di opposizione, perché no?) un “garante del cittadino” (ne abbiamo in mente uno che farebbe vedere i sorci verdi a tutti), insomma una persona capace di destreggiarsi tra delibere e determine dirigenziali (se ne avete mai aperta una capirete perché), di mettere ordine, di scrivere su un foglio bianco le uscite a sinistra, le entrate a destra. Evitando termini troppo tecnici e spese per una sola opera disperse in varie “poste” di bilancio.
Ancora più chiaramente: qualcuno ha capito bene, e saprebbe ripeterlo con parole sue, come e dove l’assessora Sartore ha trovato i 28 milioni di euro facendo una acuta “pulizia del bilancio”, cifra e metodo, peraltro, contestate dall’ex maggioranza?
A scuola ci hanno insegnato che “l’aritmetica non è un’opinione”, ragionamento logico che la politica italiana non ha mai condiviso. E chissà se queste benedette “figlie” delle Circoscrizioni riusciranno a rivoltare la frittata e presentarsi con un impianto un po’ meno teorico e filosofico da quello che si è percepito fin qui.
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