L'inchiesta del corriere
I professionisti della sanità non mancano solo nelle corsie degli ospedali. Uno dei problemi più evidenti della carenza di camici in Umbria e in Italia riguarda la medicina generale. Ossia i dottori - una volta si chiamavano condotti - “di famiglia”. Il gap qui è di 206 unità: i dati arrivano dall’ultimo monitoraggio delle zone carenti contenuto nel Bollettino ufficiale della Regione del 14 aprile di quest’anno. Rispetto al penultimo report (5 agosto 2025), in cui le aree scoperte erano 169, il vuoto cresce di 37 unità. Sul fronte territoriale, sono 116 quelli che mancano all’Asl Umbria 1 e 90 quelli alla Usl 2. Ma non finisce qui. A questi si aggiungono 4 pediatri di libera scelta (3 nella provincia di Perugia e uno in quella di Terni), 16 posti per l’emergenza sanitaria territoriale all’Usl Umbria 1, 12 alla Usl Umbria 2 e due posti all’azienda ospedaliera di Perugia.
E ancora servono 21 medici nelle carceri: 10 a Terni, 3 a Orvieto e 8 a Spoleto. In tutto salgono a 261 le caselle vuote dal colmare. Sommate ai 324 colleghi in meno tra le corsie ospedaliere e le Asl, portano a uno sbilancio negativo di 585 camici. Uno dei tetti più alti mai raggiunti nella storia sanitaria recente, Covid escluso. Da qui il piano assunzioni da 711 profili (compreso il comparto) che, tuttavia, è stato portato avanti giusto per un terzo, stando agli ultimi dati ufficiali. I buchi di certo non produrranno assistiti senza medici, dato che le eccedenze saranno spalmate sui professionisti attivi, ma il surplus di pazienti ha effetti diretti sul servizio. Quasi tutti i professionisti ormai lavorano su prenotazione. E non sempre è facile ottenere la visita in tempi brevi. In tutto questo è in fase di discussione la riforma della medicina territoriale, con la proposta del governo di far diventare i medici di medicina generale “dipendenti” del sistema sanitario nazionale.
Secondo Antonio Magi, segretario generale del Sumai Assoprof (sindacato unico medicina mmbulatoriale italiana e professionalità dell'area sanitaria), c’è un errore di fondo: “Si pensa che il problema del Servizio sanitario nazionale sia il rapporto giuridico dei medici - ha dichiarato a Quotidianosanità - quando invece il problema reale è l’organizzazione, la programmazione e la carenza di professionisti. La proposta di introdurre forme di dipendenza nella medicina generale viene presentata come una soluzione moderna ed efficiente. In realtà rischia di produrre effetti esattamente opposti a quelli dichiarati”. L’effetto principale e più grave “è la perdita del rapporto fiduciario tra medico e paziente, che rappresenta il pilastro della medicina generale italiana. Trasformare il medico in un ingranaggio di un sistema organizzativo rigido significa indebolire quella relazione diretta, continuativa e personale che oggi garantisce accesso immediato alle cure e presa in carico reale”. Secondo, “la creazione di liste d’attesa anche per accedere al medico di medicina generale. Il passaggio a un sistema programmato, vincolato da turni, obiettivi e attività organizzate, introduce inevitabilmente un filtro temporale: il cittadino non accede più direttamente, ma entra in un percorso regolato. In altre parole, si passa da un sistema di prossimità a un sistema di attesa”.
Il terzo elemento è di natura economica: “La trasformazione in dipendenza - ha spiegato Magi - comporterebbe un aumento esponenziale dei costi della sanità, legati alla dirigenza sanitaria, alle strutture organizzative, alle indennità e agli oneri accessori, rispetto a un modello convenzionato che ha dimostrato negli anni maggiore flessibilità e sostenibilità. In un contesto in cui la spesa sanitaria pubblica è già sotto pressione, questa scelta appare non solo inefficace, ma anche insostenibile”.
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