salute
Un fenomeno meno visibile di altri, ma già oggi capace di incidere in modo concreto sulla salute pubblica. L’antibiotico-resistenza è stato l’argomento al centro del convegno promosso dall’Università degli Studi Link di Città di Castello, che ha portato in città esperti, medici e studenti per approfondire una delle sfide più attuali per i sistemi sanitari. Tra i protagonisti il dottor Alessio Nardini, direttore generale della Direzione per i corretti stili di vita e i rapporti con l’ecosistema del Ministero della Salute, che ha illustrato il modello “One Health”. Nardini ha fatto il punto su una sfida globale che, sottolinea, “riguarda tutti da vicino”.
- Dottor Nardini, a Città di Castello si è parlato dell’antibiotico-resistenza come una delle più gravi emergenze sanitarie globali. Perché?
Beh, l’Organizzazione mondiale della sanità la definisce una ‘pandemia silenziosa’, ed è un’espressione molto efficace: non ha l’impatto improvviso di un’epidemia, ma cresce lentamente e in modo costante. I numeri aiutano a capire: quasi quattro italiani su dieci ricevono almeno una prescrizione antibiotica all’anno e negli ospedali è aumentato molto l’uso degli antibiotici di ultima linea, addirittura del 55,4 % nel periodo dal 2019 al 2024.
- Questo cosa significa?
Il punto è semplice: senza antibiotici efficaci, molte procedure mediche che oggi consideriamo normali, dalla chirurgia oncologica al trattamento delle infezioni più gravi, diventano più rischiose. È questa la posta in gioco. Per questo si deve parlare di emergenza sanitaria.
- Negli ultimi anni si parla sempre più di prevenzione: può incidere sul contenimento dell’antibiotico-resistenza?
Assolutamente sì. La prevenzione attiva è uno degli strumenti più concreti che abbiamo. Prevenire vuol dire ridurre il numero di infezioni e la necessità di usare antibiotici, e quindi la pressione che favorisce la comparsa di batteri resistenti. Questo passa, ad esempio, dalle vaccinazioni della popolazione e da una sorveglianza più attenta. In Italia il problema non è solo quanto antibiotico si usa, ma anche come: utilizziamo ancora molti farmaci ad ampio spettro, più della media europea. Migliorare la qualità della prescrizione è fondamentale e richiede formazione, strumenti diagnostici più rapidi e un lavoro organizzato a livello di sistema, come previsto dal Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza.
- Quale ruolo possono avere i cittadini, nella vita quotidiana, per contrastare questo fenomeno?
Il contributo dei cittadini è tutt’altro che marginale, anzi. Ci sono comportamenti semplici ma decisivi: non assumere antibiotici per infezioni virali, seguire correttamente le terapie senza interromperle e non conservare farmaci per usi successivi.
- E le vaccinazioni?
Ecco, anche le vaccinazioni giocano un ruolo importante, perché riducono le infezioni e quindi il ricorso agli antibiotici. C'è poi una dimensione di consumo: il Rapporto Aifa 2024 documenta che su 1.052 tonnellate totali di antibiotici utilizzate in Italia, 474 riguardano l'ambito veterinario. Questi due flussi interagiscono attraverso la catena alimentare, il suolo e l'acqua. La scelta di prodotti da filiere con standard rigorosi sull'uso degli antibiotici è un'azione concreta fondamentale.
- In cosa consiste l'approccio One Health su cui Lei ha tenuto una relazione all'Università Link?
One Health è un modo di guardare alla salute in maniera integrata. Spesso pensiamo alla salute umana come qualcosa di separato, ma non è così: è strettamente collegata alla salute animale e a quella dell’ambiente. I batteri resistenti, ad esempio, si muovono tra suolo, acqua e catena alimentare. Per questo non basta un intervento in un solo ambito. In Italia questo approccio è alla base del Piano nazionale contro l’antibiotico-resistenza, che coordina azioni tra diversi settori.
- Come si può diffondere questa cultura? È importante il supporto dell’ambito accademico?
È fondamentale. Il Piano nazionale individua proprio nella formazione e nella consapevolezza pubblica due leve strategiche. L’università ha un ruolo centrale perché forma i futuri professionisti, ma anche perché produce ricerca e fa divulgazione. Portare questi temi fuori dai contesti specialistici, come è avvenuto a Città di Castello, significa avvicinarli alle persone.
- Recentemente è stato ospite a Città di Castello, dove l'Università Link ha aperto una delle sue sedi principali. Quanto è importante il connubio, la sinergia, tra ateneo e territorio?
Le politiche nazionali funzionano davvero quando riescono a incidere nei contesti locali. Un’università radicata nel territorio può formare professionisti che opereranno in quel contesto e costruiranno un dialogo diretto con la comunità. È proprio questa connessione che rende più efficace qualsiasi strategia di prevenzione.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy