25 APRILE
Perugia ha celebrato l'81esimo anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. Le cerimonie hanno preso il via la mattina di sabato 25 aprile con tre diversi appuntamenti: la deposizione di corone d’alloro al sacello dei caduti e sulle tombe delle medaglie d’oro della Resistenza; poi in Borgo XX giugno con la commemorazione e la deposizione di corone d’alloro sulla lapide in ricordo dei patrioti fucilati da nazi-fascisti; infine, in via Masi con la deposizione di corone d’alloro al monumento dell’Ara pacis in memoria di tutti i caduti in guerra.

Presenti alle cerimonie i massimi rappresentanti delle istituzioni civili e militari della città e della regione. In particolare la sindaca Vittoria Ferdinandi, il prefetto Francesco Zito, il vicepresidente della Regione Umbria Tommaso Bori, la presidente dell’assemblea legislativa dell’Umbria Sarah Bistocchi, la consigliera Francesca Pasquino in rappresentanza della Provincia di Perugia, la presidente del consiglio comunale Elena Ranfa, l’europarlamentare Marco Squarta. Presenti anche i membri della giunta comunale di Perugia, numerosi consiglieri comunali e regionali.

Al cimitero monumentale le autorità, dopo aver reso onore al Sacello dei caduti, dove sono state depositate corone d’alloro, hanno visitato le tombe delle medaglie d'oro della Resistenza. Ad accompagnare le autorità civili e militari sono state Chiara Coppini e Francesca Bertinelli, volontarie del servizio civile presso l’Unità operativa Manutenzioni e Cimiteri nell’ambito del progetto Memoria digitale. Il corteo ha quindi reso omaggio alle tombe di Rodolfo Betti, Elettra Gonnelli, Gino Scaramucci, Primo Ciabatti e Raffaele Rossi.

In Borgo XX Giugno la cerimonia si è svolta dinanzi alla lapide che ricorda i patrioti fucilati dai nazifascisti. Dopo l’omaggio al monumento, hanno preso la parola dal palco dapprima la partigiana Mirella Alloisio, a cui lo scorso 11 novembre 2025 la città di Perugia ha conferito la cittadinanza onoraria, e poi la sindaca Vittoria Ferdinandi. “Per me – quella di oggi – è la data più importante del nostro calendario. Se siamo qui tutti insieme, infatti, è perché c’è stato un 25 aprile che ha stabilito che la democrazia deve essere la nostra guida. Vedo qui oggi tanti giovani: vuol dire che la nostra Repubblica ha un avvenire”.
Le celebrazioni sono proseguite nel pomeriggio, ai Giardini del Frontone, con l'inaugurazione della targa commemorativa dedicata a Fernanda Bellachioma, cittadina lesbica di Perugia inviata al confino per il suo orientamento sessuale, e a tutte le vittime LGBTQIA+ del fascismo. La cerimonia, inserita nel programma ufficiale delle celebrazioni cittadine della Festa della Liberazione, è stata aperta dai canti del coro di ANPI e del coro di Omphalos e dall’intervento della Sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi e del Segretario di Omphalos, Roberto Mauri. Oltre ai rappresentati dell’amministrazione comunale, alla cerimonia erano presenti anche i rappresentanti della Regione Umbria e della Provincia di Perugia.
“Alla cerimonia era invece assente il Prefetto di Perugia. La Prefettura, che di consueto prende parte a tutte le celebrazioni ufficiali del Comune, ha scelto di non essere presente a questo specifico evento, partecipando al resto delle celebrazioni, tranne che all’inaugurazione della targa dedicata alle vittime LGBTQIA+ del fascismo”, ha scritto Omphalos nella nota.
“Siamo certi che nella distanza che ha assunto il Prefetto di Perugia da questa manifestazione ci siano mille ragioni – dichiara Roberto Mauri, Segretario di Omphalos – ma è un’assenza grave e rimane il sospetto che commemorare le vittime LGBTQIA+ non sia gradito da parte del Governo nazionale”. Nella nota viene sottolineata anche l’assenza del patrocinio e del logo della Prefettura nel programma delle celebrazioni ufficiali del 25 Aprile a Perugia.
“Di solito alle commemorazioni del 25 Aprile la Prefettura, che è emanazione territoriale del Governo centrale, concedeva il patrocinio – continua Mauri – È successo ogni anno. Oggi di diverso dagli anni scorsi c’è solo il fatto che rendiamo omaggio, attraverso Fernanda Bellachioma, anche alle vittime del fascismo colpite perché non eterosessuali. Due indizi fanno una prova”.
"Non eravamo eroi. Eravamo ragazzi che a un certo punto hanno deciso di non avere più paura". La sindaca Vittoria Ferdinandi ha iniziato il suo discorso partendo dalle parole di Ada Gobetti per dire che il 25 aprile non è un altare, è una scelta, è il momento in cui ricordiamo l‘Italia che ha scelto di non avere più paura, di non abbassare più lo sguardo di fronte a nessuno. E ha iniziato a sognarsi libera. Il 25 aprile è la scelta di ragazze e ragazzi che, nel momento più difficile, hanno deciso da che parte stare. E ci separano – ha spiegato - solo tre generazioni da loro. Non un tempo infinito. Non una storia chiusa nei libri, ma una distanza che possiamo ancora guardare in faccia, nei volti di chi ha combattuto ieri per renderci liberi oggi. Avere con noi oggi Mirella Alloisio è un dono proprio perché nella sua storia vive una parte preziosa di quella memoria che non siamo chiamati soltanto a onorare, ma a rendere presente, viva, urgente. E forse è anche per questo che il 25 aprile non è mai solo passato. Perché certe domande tornano. Perché la libertà non è mai una conquista definitiva. Non riguarda solo ciò che è stato. Riguarda ciò che scegliamo di essere oggi. Il 25 Aprile è una linea di confine: da una parte la libertà, dall’altra tutto ciò che la nega. E quella linea non è scomparsa.
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Per questo dobbiamo dirlo con chiarezza, senza ambiguità: il fascismo in Italia non è un’opinione. È stato violenza, repressione, guerra, persecuzione, cancellazione della dignità umana. È stato il potere che chiede obbedienza invece che coscienza. E chi dimentica questo, o lo minimizza, o lo giustifica, tradisce la nostra storia, e tradisce il nostro futuro.
La Resistenza non è stata inevitabile, è stata una scelta. Donne e uomini che hanno scelto di ribellarsi alla dittatura nazifascista, ragazze e ragazzi che hanno deciso di non avere più paura.
Da quella scelta nasce la nostra Repubblica, da quella scelta nasce la nostra Costituzione: 80 anni di Repubblica antifascista. E dobbiamo dirlo non per rituale, non per abitudine, ma perché l’antifascismo è il fondamento della nostra democrazia. È ciò che tiene insieme libertà, dignità, giustizia. E quando lo diciamo, non stiamo recitando una formula. Stiamo affermando una verità politica e morale che ha il sapore del sangue e del coraggio di quegli uomini e di quelle donne.

E questo è più che mai vero oggi in un tempo in cui la parola “antifascismo” è trattata come sospetta, associata a qualcosa da censurare, da rimuovere, lo fa Meta, e lo fa Trump che nel settembre 2025 ha firmato un ordine esecutivo con cui designa la locuzione antifa come attività terroristica domestica. Quando si colpiscono le parole, si prepara il terreno per colpire le idee. E allora proprio per questo, oggi più che mai, l’antifascismo non è solo memoria. È una necessità: non come parola vuota, ma come coscienza viva. E questa coscienza deve parlare soprattutto alle nuove generazioni ricordandogli che la democrazia italiana non è stata una concessione. È stata una conquista. I partigiani non ci hanno solo liberato, ci hanno consegnato un compito: difendere oggi come ieri quella conquista.
E ciò che oggi vediamo intorno a noi ci obbliga a misurarci di nuovo con l’altezza di quel compito. Vediamo parole che cambiano nome per diventare accettabili. E quando cambiano le parole, cambiano anche i confini di ciò che accettiamo: la deportazione che diventa “remigrazione”, il nazionalismo che torna ad essere programma politico, soluzione non problema. La sicurezza che smette di essere diritto e diventa esercizio della forza, l’Ice e le esecuzioni di uomini e donne inermi nel nome “dell’ordine e della sicurezza”.
La difesa dei diritti e dell’uguaglianza derubricata ad ideologia woke.
La disumanizzazione che diventa linguaggio politico, Donal Trump che pubblica la foto di una scimmia con le fattezze di un nero. Le scuole etichettate e divise in base a presunte appartenenze: ideologicamente comunista", "favorevole alle teorie LGBTQ", “antifascista”. Per inciso etichettare le scuole non è la normalità democratica. Per inciso le arti e le scienze sono libere recita la nostra costituzione, quindi strutturalmente antifasciste.
E poi c’è l’orrore di un mondo in cui si torna a pensare che la guerra sia inevitabile, che il diritto internazionale sia un ostacolo, che la dignità umana sia negoziabile. Un mondo in cui vediamo guerre, devastazioni, civili colpiti, bambini uccisi. E in cui tutto questo rischia di diventare normalità, rumore di fondo. In cui dalla bocca dei politici pragmatici diventa normale raccontare la guerra in termini di costi energetici prima ancora che di costi umani.
E allora dobbiamo dirlo con chiarezza: tutto questo è il contrario del 25 aprile.
“Sì alla pace. No alla guerra.” Non è uno slogan, è una responsabilità politica, è la lezione più profonda della Resistenza. Ce lo ricorda Mirella Alloisio: “Ho fatto la guerra partigiana per non sentirne parlare più”.
Quel no alla guerra che le donne scrissero sui muri, ricamarono sulle loro bandiere, gridarono nelle manifestazioni. Il no alla guerra che i padri e le madri costituenti scrissero come ripudio nella nostra Costituzione, il no alla guerra di Aldo Capitini, figlio di questa città, nato a pochi passi da qui. Un uomo che il fascismo lo ha combattuto senza pistola e senza divisa, con la parola, con la coscienza, con la presenza ostinata. Un uomo che ha pagato di persona, arrestato, incarcerato, isolato. E che non ha mai smesso di pensare, di scrivere, di costruire pace. Ci ha lasciato una frase che è un programma politico intero, “oggi ancor di più l’antifascismo deve essere nonviolento, o non è antifascismo”. Non è una frase consolatoria. È una frase esigente. Ci dice che l’antifascismo non è odio speculare, non è violenza che cambia di segno, non è potere che semplicemente cambia di mano.
L’antifascismo autentico è trasformazione. È apertura. È democrazia che si allarga, non che si restringe. “se vuoi la pace, prepara la pace”, diceva Aldo Capitini.
È qui la differenza profonda tra due idee di mondo. Da una parte la forza esibita come minaccia, la guerra presentata come destino, la paura usata come linguaggio politico. Dall’altra la pace come costruzione concreta, la non violenza come scelta esigente, il dialogo
come forza più alta della prepotenza. Se vuoi la pace, prepara la pace nelle istituzioni, nella diplomazia, nella società. nel rispetto del diritto internazionale. Preparala educando le coscienze alla convivenza, alla dignità, alla libertà.
Questo ci ha insegnato Capitini. Questo ci consegna il 25 Aprile. Questo dobbiamo avere il coraggio di dire oggi, con più forza che mai, senza ambiguità. Se quei ragazzi e quelle ragazze nascoste tra le montagne del nostro paese avessero detto “non condanno né condivido”, noi il fascismo non lo avremmo mai sconfitto e non avremmo mai avuto la democrazia come forma più alta della nostra libertà.
L’Italia non ha bisogno di sudditanza. Ha bisogno di schiena dritta. Di una politica estera all’altezza della sua storia democratica e costituzionale, ha bisogno della nettezza che una democrazia matura deve avere davanti alle guerre, davanti alle minacce, davanti alle parole di annientamento. Perché il 25 Aprile ci insegna proprio questo: non si può stare nel mezzo tra libertà e sopraffazione. Non si può essere tiepidi tra democrazia e autoritarismo. Bisogna essere di parte, bisogna essere partigiani, partigiani della libertà, partigiani della democrazia, partigiani della pace.
Come furono le nostre donne. “Noi donne non abbiamo avuto paura. Abbiamo scelto da che parte stare” diceva Teresa Mattei. Le donne della Resistenza non sono state un supporto. Sono state una colonna portante: settantamila nei Gruppi di difesa della donna, trentacinquemila partigiane combattenti: arrestate, torturate, condannate, deportate cadute e fucilate.
E poi, finita la guerra, hanno continuato a dire no, i loro “mille no”: no alla disparità salariale, no al licenziamento per matrimonio, no alla subordinazione, no alla violenza.
Ricordiamo il no di Francesca Serio Carnevale alle regole dell'omertà e alle minacce della mafia che le avrebbe ucciso il figlio; il no di Franca Viola a chi voleva farle sposare il proprio stupratore. Sono stati quei “no” a costruire la nostra democrazia, a stabilire la linea di confine.
E oggi essere fedeli a quella storia significa non permettere che quella linea venga superata, in un paese in cui veniamo ancora uccise per un no.
Perché quella parità non è ancora compiuta, non nelle istituzioni, non nella società, non nel lavoro.
Tradire le donne della Resistenza significa accontentarsi di una democrazia a metà. Essere fedeli a loro significa andare avanti, finché quella parità non sarà piena, reale, vissuta ogni giorno.
Quest’anno ricordiamo anche gli ottant’anni del voto alle donne.
Se oggi siamo qui, in questa piazza, a parlare di libertà, di democrazia e di antifascismo, lo dobbiamo anche a loro. Alle donne che hanno votato per la prima volta. Alle donne che hanno scelto la Repubblica. Alle donne che hanno contribuito a scrivere la Costituzione.
Senza quel voto, questa Repubblica sarebbe stata un’altra cosa. Forse non sarebbe mai neanche esistita. E noi non dobbiamo mai dimenticarlo. Onorare quelle donne significa non sprecare nemmeno un giorno di quello che ci hanno consegnato; essere qui oggi, come prima sindaca donna di Perugia, è anche il frutto di quella storia, di quelle scelte, di quel coraggio, di quelle donne. Grazie Mirella.
Ma non è un punto di arrivo, è una responsabilità, verso chi c’è stato e verso chi verrà. Prima di tutto verso i giovani. La Resistenza è stata una storia di ragazzi. Ragazzi e ragazze che hanno scelto la libertà invece della paura. E Io credo che quella storia riguardi soprattutto voi.
Voi non siete la generazione fragile che cercano di raccontare. Siete una generazione profondamente lucida che vive dentro un tempo difficile. Eppure, quando serve, ci siete.
Sapete dire no. Sapete scegliere, oggi Come allora con il coraggio e l’intransigenza di quei ragazzi di ottant’anni fa. Che hanno scelto di non avere più paura e che hanno cambiato la storia. Io non credo alla narrazione dei giovani disinteressati, distratti, lontani. Non è quello che vedo. Vedo una generazione che sente il peso del mondo. Vedo una generazione che sta mostrando una domanda potente di giustizia, di pace, di partecipazione: nelle piazze, nelle mobilitazioni, nella vostra capacità di rimettere al centro la radicalità di parole che qualcuno vorrebbe archiviare. Non siete soltanto il futuro. Siete già il presente che può cambiare le cose. E lo avete dimostrato quando avete scelto di difendere la Costituzione scritta dai vostri bisnonni. Quando, in altri Paesi, sempre con il voto, i giovani hanno fatto vedere a tutto il mondo che la forza al potere può essere fermata, che nessun potere sovranista e autoritario è invincibile quando si riaccende la partecipazione democratica. Quando avete preso per mano
l’occidente e gli avete detto da che parte era giusto stare di fronte al genocidio di Gaza. Quando in Iran sfidano la repressione scendendo in piazza. E allora il compito della politica è chiaro: smettere di considerare i giovani una platea da convincere o una categoria da gestire e cominciare a considerarli per quello che sono, una forza democratica, una energia di trasformazione a cui dare spazio, fiducia, responsabilità. Perché una democrazia si misura così: da quanta voce dà a chi non ne ha. E la nostra democrazia ha bisogno di voi. Adesso.
Solo voi potete spingere questo Paese fuori dalla paura, dalla chiusura, dall’abitudine. Mollate i coltelli, lasciate cadere la rabbia e trasformatela in speranza, prendete per mano questo Paese. Siate protagonisti. Partecipate, costruite, sbagliate. Portate il vostro sguardo, non solo per voi stessi, ma per tutte e tutti noi. Come allora fu il momento di tante ragazze e di tanti ragazzi che presero per mano il Paese e lo portarono alla libertà, così oggi può essere il vostro tempo. Il tempo di prendere per mano l’Italia e portarla più avanti, per farla più giusta, più aperta, più coraggiosa, più capace di futuro.
I resistenti hanno immaginato un Paese diverso quando tutto sembrava perduto. E questa è la lezione più forte che ci lasciano: continuate ad “osare la speranza” ribellatevi alle catene della paura.
Allora il punto è questo: il 25 aprile non ci chiede solo di ricordare, ci chiede di scegliere. Scegliere se la Costituzione è davvero la nostra guida, scegliere se l’antifascismo è ancora la nostra radice, scegliere se la libertà è un valore concreto o una parola vuota.
E allora io vorrei che da questa piazza, oggi, si alzasse una voce chiara, una voce degna di chi ci ha preceduto, una voce che dica che noi questa storia non la tradiamo. Perché il 25 aprile, alla fine, è tutto qui: non è solo il giorno in cui ricordiamo chi ci ha liberati, è il giorno in cui decidiamo se essere degni di quella liberazione. E noi oggi qui diciamo che sì, vogliamo esserlo. Con la schiena dritta. Con la memoria viva. Con il coraggio delle nostre idee. Con l’orgoglio dell’antifascismo, quello che ci hanno provato a togliere, parola dopo parola, insulto dopo insulto. Con la forza della democrazia. Con la speranza ostinata della pace.
Il 24 aprile del ’45 i nostri nonni non erano divisi sulle polemiche del 25 Aprile dei nostri giorni: erano esausti e speravano solo che i loro figli potessero vivere senza dover mai abbassare gli occhi. Davanti a nessuno.
Viva il 25 Aprile. Viva la Liberazione. Viva la Costituzione Italiana. Viva la Repubblica antifascista”.
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