PERUGIA
Nel 1933 Virginia Woolf al segretario di un’associazione fascista che le aveva chiesto “Cosa possiamo fare per prevenire la guerra?” aveva risposto, ben 3 anni dopo, con il suo saggio “Le tre ghinee”, dedicato ad un genere umano che ne ha dominato un altro, associando la parità di genere niente di meno che all’origine dei conflitti bellici.
Un vero e proprio azzardo allora e forse un azzardo ancora oggi, soprattutto se l’argomento viene proposto in un penitenziario, come farà la regista Vittoria Corallo che ha dimostrato di non aver paura degli azzardi, sia nella vita sia sulle tavole di un palcoscenico.
“Dalla costola di una colomba” è il nuovo spettacolo che la Corallo sta realizzando quest’anno con i detenuti della Casa Circondariale di Capanne insieme ad alcuni studenti del Liceo Bernardino di Betto e dello Scientifico Alessi, all’interno del progetto nazionale “Per Aspera ad Astra”, che dal 2018 coinvolge più di 20 carceri italiane e, sinora, oltre 1000 detenuti.
Promosso, come in passato, da Acri, realizzato con il sostegno di Fondazione Perugia e prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, lo spettacolo andrà in scena il 14 maggio nella Casa Circondariale con non oltre 50 spettatori e il 18 maggio, ore 19,30 al teatro Morlacchi, ad ingresso libero su prenotazione.
“Proprio ieri è successa una cosa bella” ha raccontato nel corso della conferenza stampa di ieri in Fondazione la Corallo: “Uno dei detenuti, e precisamente il più ostile sull’argomento, convinto come era che la parità di genere non fosse possibile perché le religioni dicono che la donna nasce dalla costola di un uomo e quindi da loro deve essere protetta, dopo la discussione ha accettato la teoria della Woolf sulla ‘costola della colomba’ ovvero che le donne sono portatrici di pace sia in maniera innata sia per le condizioni che sono state costrette a subire per secoli”.
Questo per far capire che se il carcere appare come uno spazio chiuso “Per Aspera Ad Astra” non si limita ad aprirlo ma crea al suo interno delle crepe “e da quelle crepe passa il dialogo e il cambiamento, quindi si configura come progetto politico” ha precisato Stefano Salerno del Teatro Stabile e “nel significato più alto del termine perché riguarda la forma che si intende dare alla società civile”.
Concetto ripreso e condiviso dalla regista che escludendo il concetto di rottura o di pericolo ha definito la crepa solo uno strumento pacifico, un canale, un crocevia di relazioni dell’attore con se stesso, per prima cosa, e poi con gli altri e con lo spazio che lo circonda.
“Il teatro che porto in carcere - ha aggiunto - è fondato sul fatto che alcuni detenuti vivono l’esperienza per manifestarsi da soli, come individui, come singoli magari perché amano le luci della ribalta, gli applausi e soprattutto quella tensione che si prova nel recitare. Imparano ad essere rete, una rete di collaborazione paritaria, esercitata come pratica quotidiana, in un mondo dove il dominio maschile è stato imposto in casa come a scuola o nel mondo del lavoro. E che per secoli è stata la cartina di tornasole di un genere che ha dominato l’altro”.
Il teatro e la partecipazione continuativa ad attività educative, culturali e professionalizzanti, come è stato ricordato tra l’altro dalla direttrice del Carcere di Capanne Antonella Grella, riduce le recidive del 20-30% quando che in Italia sfiorano il 75% (dati dell’Amministrazione Penitenziaria).
Al laboratorio di Vittoria Corallo hanno partecipato circa 20 detenuti e, in una prima fase di incontri e discussioni, 40 studenti di varie scuole, scesi poi di numero a 5 della Bernardino di Betto e a 3 universitari che fanno parte di Aut, questo perché per legge gli studenti con meno di 16 anni non possono entrare in un carcere. Così pure sono diminuiti a 10 i detenuti, per gli altri 10 la posizione giuridica non permetteva loro di beneficiare dell’art. 21 che serve ad ottenere il permesso di uscita dal carcere.
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