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Il legame nascosto tra Tolkien e l’Umbria, frate Guglielmo Spirito: "Gli Hobbit sono chiaramente umbri"

Spazio anche al finale assisano del Signore degli Anelli

21 Aprile 2026, 12:11

Il legame nascosto tra Tolkien e l’Umbria, frate Guglielmo Spirito: "Gli Hobbit sono chiaramente umbri"

Filologo, linguista, romanziere di successo, ispiratore di uno dei più grandi capolavori cinematografici di tutti i tempi: con Tolkien si va sempre sul sicuro, perché “inventa dei mondi in cui stare bene”. Dell’opera del Professore di Oxford – e della sua costante fortuna, quale che sia il medium attraverso cui viene divulgata – si è parlato ieri all’Università per Stranieri di Perugia, in un’aula gremita di studenti. Ospite d’onore dell’incontro è stato Guglielmo Spirito, frate del Sacro Convento di Assisi, fra i massimi esperti di Tolkien a livello internazionale. È nella città di Francesco che, a quanto pare, si è chiusa l’epopea del Signore degli Anelli. “Tolkien vi soggiornò nell’agosto del ’55, durante un viaggio in Italia con sua figlia Priscilla; frequentava spesso il bar San Francesco, allora recentemente aperto, con vista sulla Basilica”, ha raccontato Spirito. Proprio nelle terre del Poverello, della cui spiritualità era innamorato, il Professore ricevette le bozze finali dell’ultimo libro della Trilogia, Il Ritorno del Re. Una coincidenza neanche troppo strana, visto che “gli Hobbit sono chiaramente umbri”.

Ma qual è il segreto di Tolkien? Perché anche le nuove generazioni trovano conforto, ispirazione e freschezza in un’opera ormai abbastanza datata, e certamente lontana dai trend narrativi attuali?

Semplice: perché leggerlo è molto piacevole”, ha sottolineato Enrico Terrinoni, docente di Letteratura inglese presso l’Ateneo. “Essendo un linguista, Tolkien sa che la parola è creazione, e che grazie ai mondi inventati possiamo vivere le vite degli altri. La scienza quantistica ci dice che, anche da osservatori, siamo dentro l’esperimento. Ecco, con lui accade proprio questo, ci rende facile l’identificazione. È il motivo per cui spesso è stato strumentalizzato.”

Torniamo al testo di Tolkien, dunque, a quel mito moderno di eroi luminosi ma quotidiani, per resettare le coordinate, per rinfrescarci, per credere di nuovo nella vittoria del Bene. E, in definitiva, per rispondere alla Chiamata all’avventura, secondo il classico modello narrativo del Viaggio dell’Eroe, in cui il protagonista viene portato fuori dalla sua zona di comfort per conquistare una vita più profonda e vera. “Questo universo coerente e dettagliato, a cui si può arrivare passando per diversi ingressi, era predisposto alla perfezione per combinarsi con le esigenze del cinema attuale”, ha osservato Giacomo Nencioni, professore di Storia del cinema.

Guardando il mondo di oggi, sembra che il Bene sia ben lontano dal vincere, contrariamente alle storie di Tolkien. D’altronde, “lui stesso diceva che la Storia è una lunga sconfitta”, ha aggiunto padre Spirito. “Ma la realtà, benché ferita, resta intrisa di una luminosa bellezza, e nell’evasione ci viene offerta una possibilità di rigenerarci”.

L’opera del Professore, dunque, non invecchia mai perché la radice che nutre i suoi frutti è fuori dal tempo, nelle profondità inaccessibili del mito; e Tolkien è il re del fantasy perché non è uno scrittore fantasy: egli è piuttosto un bardo, un moderno forgiatore di leggende, più simile a Omero che a Ursula Le Guin, eppure sempre intriso di umanità; ci fornisce, insomma, uno standard di eroe raggiungibile. Anche per questo lo amiamo, tendiamo ad identificarci con i suoi personaggi e accettiamo di buon grado l’ingresso nel suo universo.

Non esiste un’opera come il Signore degli Anelli, ed è molto difficile che ne possa emergere una nel prossimo futuro. Perché ciò accada, ci vorrebbe un altro Tolkien: sommo studioso del mito nordico, devoto cattolico in un paese anglicano, soldato nella Grande Guerra, fiero nemico del totalitarismo nazifascista, amante di un’Inghilterra gentile e verde, già contaminata da secoli di rivoluzione industriale. Dovremo accontentarci di rileggerlo, ancora e ancora. D’altronde, il mito è inesauribile. Arriva a tutti, e in tutti, se è un buon mito, disegna una rotta che conduce verso l’alto.

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