L'intervista
“Riteniamo che il contesto, internazionale, nazionale e locale sia talmente complesso che non è possibile trincerarsi dietro alle ideologie e che, piuttosto, la soluzione sia fare squadra. Dobbiamo lavorare insieme, uniti e sulla stessa lunghezza d’onda con tutti, a cominciare dalle organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali”. A parlare è il segretario generale Uil Umbria, Maurizio Molinari.
- Segretario, quindi siete favorevoli alla proposta di un tavolo comune per rilanciare l’economia dell’Umbria?
Siamo convinti che dobbiamo scrivere insieme un grande piano industriale e di sviluppo per l’Umbria, dobbiamo farlo subito e dobbiamo metterlo in pratica monitorandolo con continuità. Un tavolo permanente, un’alleanza per lo sviluppo e la crescita sostenibile, non contano i nomi ma i fatti e noi siamo a disposizione.
- In questo quadro, come descrive oggi la situazione economica della regione?
I numeri dicono che il Pil registra un lieve aumento, che in una congiuntura internazionale come questa risulta impercettibile ai cittadini, schiacciati dall’aumento della benzina. L’auspicio è che le misure che si vogliono attuare possano portare un po’ di sollievo a tutti. Se la crescita è lieve, il tasso di occupazione è alto: 69%, sopra la media nazionale, e la disoccupazione è scesa al 5%, tra i livelli più bassi. Gli occupati sono cresciuti dell’1,9% nel 2025. Il vero problema è com’è questo lavoro: spesso poco qualificato e instabile. Questo ci dice che dietro i numeri, dati dai governi nazionali o regionali, c’è anche qualche ombra.
- Quanto pesa, in questo scenario, il tema dei costi energetici per famiglie e imprese?
L’impatto dei costi energetici rischia di innescare di nuovo una clamorosa spirale inflazionistica che si scaricherebbe sulle spalle degli umbri. Per questo ci auguriamo che gli interventi promossi dal Governo nazionale in questi giorni, per un taglio dei costi del carburante, diventino strutturali. Di certo la congiuntura internazionale non aiuta l’export, già in sofferenza. Dal nostro punto di vista servono interventi strutturali nel senso dell’autonomia energetica. Da un lato va accelerata la transizione verso energie pulite e rinnovabili, in maniera controllata e guidata. Dall’altro però non possiamo permetterci preclusioni ideologiche su altre tipologie. Per quanto riguarda l’Umbria, servono sostegni, in particolare per le piccole e medie imprese e i lavoratori più esposti, che sono i primi a pagare il prezzo di questi aumenti. Non possiamo accettare che i rincari si traducano in perdita di posti di lavoro o in ulteriore impoverimento delle famiglie. Infine, c’è un tema che per noi è centrale: i salari. Se i costi aumentano, i redditi devono essere adeguati. Serve rafforzare la contrattazione e rinnovare i contratti nazionali, perché non si può scaricare tutto il peso dell’inflazione sui lavoratori. In sintesi: interventi immediati per calmierare i prezzi, investimenti per il futuro e una difesa concreta del potere d’acquisto. E’ una sfida che va affrontata insieme, ma con scelte chiare e coraggiose.
- A proposito di salari: perché in Umbria restano tra i più bassi a livello nazionale?
L’Umbria deve puntare di più sui settori ad alto valore aggiunto: in un contesto con un’industria sempre più debole, dove crescono settori tendenzialmente stagionali o a basso valore di mercato come turismo, commercio e servizi, la tendenza è quella a spostare la media del reddito verso il basso. Il lavoro meno stabile fa da corollario a un sistema di imprese più piccolo, meno competitivo e con un minore tasso di digitalizzazione. A questo si aggiunge la questione della fuga dei cervelli, che danneggia il sistema, anche se si sta lavorando al contrasto, ed ecco il combinato disposto di una situazione complessa. I redditi più bassi in Umbria non sono il risultato di una minore capacità delle persone, ma di una struttura economica che negli anni si è indebolita sul piano industriale e si è spostata verso settori meno remunerativi. La sfida è quindi quella di creare lavoro di qualità, non solo lavoro.
- Eppure molte aziende lamentano difficoltà a trovare personale qualificato: come si spiega questo divario?
Una contraddizione che non è solo apparente, ma che si spiega con due sistemi - il mercato del lavoro e l’istruzione - che per troppi anni hanno marciato su rette parallele. Le aziende cercano così personale qualificato e specializzato, mentre scuole e università spesso producono disoccupati. Il problema però, a differenza del passato, è ben presente e da tempo è iniziato un rapporto più stretto tra organizzazioni sindacali, datoriali, università e istruzione superiore, perché sprecare l’opportunità della formazione diventa inaccettabile.
- Guardando alle trasformazioni in atto, che ruolo avrà la contrattazione collettiva nella transizione ecologica?
La transizione ecologica è una sfida inevitabile, ma non può essere scaricata sui lavoratori. Per questo il ruolo della contrattazione collettiva sarà decisivo, anche in una realtà come l’Umbria. Noi pensiamo che la contrattazione debba cambiare passo: non può più limitarsi a difendere l’esistente, ma deve governare il cambiamento, accompagnando imprese e lavoratori dentro questa trasformazione. In Umbria questo tema è ancora più delicato, perché veniamo da anni di difficoltà industriale. Se la transizione non viene gestita, rischiamo di perdere posti di lavoro senza crearne di nuovi. E questo non ce lo possiamo permettere.
Per noi la parola chiave è una: transizione giusta. Significa che ogni processo di riconversione deve garantire occupazione, formazione e diritti. La contrattazione dovrà quindi occuparsi sempre di più della riqualificazione professionale, perché molti lavori cambieranno, ed entrare dentro l’organizzazione del lavoro, nei processi produttivi, nelle scelte industriali. C’è poi un tema territoriale: in una regione come l’Umbria serve rafforzare la contrattazione di secondo livello, perché è lì che si possono costruire risposte concrete, legate alle filiere e alle specificità locali. Infine, la transizione ecologica non può essere solo un tema ambientale: deve diventare anche un’occasione per migliorare la qualità del lavoro, aumentare i salari e ridurre le disuguaglianze. Se questo non accade, il rischio è che venga percepita come un problema e non come un’opportunità. E noi questo vogliamo evitarlo.
- E sul fronte della transizione digitale, cosa cambia per il sindacato?
Crediamo che i tempi siano maturi per l’inserimento dell’intelligenza artificiale nella contrattazione. I sindacati non possono subire i processi, devono governarli. Per questo il nostro impegno è affinché l’innovazione non venga utilizzata solo per aumentare produttività e profitti, senza redistribuire i benefici. Noi invece pensiamo che la digitalizzazione debba tradursi in più diritti, più qualità del lavoro e più salari. Dirò di più. I tempi sono maturi per una riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, proprio grazie all’intelligenza artificiale. La sfida, in Umbria, è difficile per il tessuto di piccole e medie imprese. Per questo la contrattazione deve servire a guidare la transizione.
- Restando sul lavoro, qual è oggi la situazione tra precarietà e sicurezza?
La precarietà è un male moderno, e l’Umbria non fa la differenza. Sul fronte della sicurezza sul lavoro, poi, l’Umbria è una delle regioni con la maggiore incidenza di morti. La Uil ha fatto di questo tema una battaglia sostanziale e continuerà a farla, nella consapevolezza che le morti sul lavoro possano essere equiparate davvero a un omicidio e, di conseguenza, trattate come tale. Non possiamo nascondere che, anche grazie al nostro impegno, sul tema si sia diffusa una maggiore sensibilità. Non è un caso, per esempio, che la Regione abbia emanato linee guida per i lavoratori a rischio durante le ondate di calore, dopo anni in cui si rincorreva un’ordinanza che potesse bloccarli. Noi abbiamo poi anche presentato un protocollo per la sicurezza e la qualità del lavoro, che potesse coinvolgere anche i tanti lavoratori degli appalti pubblici. Ci risulta che sia stato preso in esame dall’Assemblea legislativa e chiediamo che produca un provvedimento di legge quanto prima. Di certo non accetteremo che venga messo nel cassetto.
- Spostandoci sul piano demografico, come affrontare invecchiamento e spopolamento?
Una difesa dei servizi sul territorio diventa imprescindibile. La Uil, in tutte le sue articolazioni, si è battuta contro la chiusura degli sportelli bancari, delle farmacie, ma anche di sedi istituzionali in territori che solo nominalmente sono definiti marginali e che, in realtà, sono centrali perché rappresentano la spina dorsale del nostro territorio. Il Piano sociosanitario dovrà tener conto della conformazione della regione e della sua struttura demografica. Accanto a questo servono i servizi: senza asili e senza stabilità economica le giovani coppie non fanno figli e la nostra società si avvita in un meccanismo senza uscita. Servizi, welfare e stabilità economica possono aiutare a rimanere nei piccoli centri, ma anche i giovani a mettere su famiglia.
- A proposito di welfare, quali sono oggi le priorità per la regione?
Il welfare è un sistema complesso, che mira a tutelare i cittadini nelle loro fragilità. In questo senso la Regione ha investito molte risorse, imprimendo un’accelerazione su progetti e iniziative. “L’Umbria per tutti” è dunque una realtà importante, che speriamo possa andare avanti e coinvolgere anche i piani per l’abbattimento delle barriere architettoniche. La nostra regione, fatta di strutture medievali e antiche, non sempre è accessibile a tutti e questo non possiamo più permettercelo.
- Negli ultimi mesi si è discusso molto di sanità e tasse, qual è la vostra posizione?
Ci siamo fatti sentire perché mettere le mani nelle tasche dei cittadini è sempre sbagliato, tanto più per ripianare debiti e scelte del passato. Abbiamo fatto una battaglia dura, senza la quale forse il risultato sarebbe stato diverso. Oggi, con le risorse della manovra fiscale, è importante spiegare ai cittadini cosa si farà e dove andranno quei fondi. I bilanci lo dicono, ma il cittadino medio non lo ha ancora capito: serve quindi una chiara operazione verità. Crediamo che la sanità, in funzione delle risorse necessarie, debba essere la principale destinataria.
- Entrando nel merito della sanità pubblica, quali sono le criticità principali oggi?
La sanità ha bisogno di coraggio e visione. Mettere mano al piano sociosanitario è un fatto positivo: ora siamo impegnati a capire cosa conterrà quel documento di quasi 500 pagine e lavoreremo per apportare tutti i miglioramenti necessari. Servono risposte ai cittadini, serve eccellenza delle strutture e serve anche dignità per i professionisti che operano nel servizio sanitario regionale. Queste sono le nostre linee guida.
- Infine, il tema della rappresentanza: quali regole servono oggi?
Il tema della rappresentatività e della rappresentanza è centrale, non solo a livello nazionale ma anche qui in Umbria. Serve trasparenza e servono regole certe: non è più accettabile un sistema in cui non è chiaro chi rappresenta davvero i lavoratori e con quale peso. Questo vale ancora di più in una fase di profonde trasformazioni del lavoro, con il rischio di una crescente frammentazione.
In Umbria la situazione riflette quella nazionale: un tessuto produttivo fatto soprattutto di piccole e medie imprese, dove la rappresentanza è spesso più debole e dove si creano spazi per contratti non pienamente rappresentativi, se non addirittura al ribasso.
La nostra battaglia è chiara: misurare la rappresentanza, certificare chi ha titolo a firmare i contratti e contrastare il fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata”.
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