PERUGIA
Dalla porchetta agli strangozzi, passando per la torta al testo, le sagre continuano a rappresentare l’ossigeno dei borghi umbri.
Non sono solo momenti di festa, ma anche una spinta concreta al turismo estivo e un motore economico rilevante. Secondo Francesco Fiorelli, presidente regionale di Unpli (Unione nazionale Pro loco d’Italia), lo scorso anno il giro d’affari complessivo ha raggiunto i 25 milioni di euro. Il 2026 potrebbe essere anche più interessante in termini economici perché sagre e feste paesane stanno tornando in termini numerici ai livelli del pre Covid.
In Umbria il fenomeno ha dimensioni significative: ogni anno si contano circa 300 tra sagre e feste popolari, con 250 Pro Loco attive su 92 comuni, un primato nazionale.
Un dato in crescita, tra alti e bassi, nel post Covid: secondo i dati forniti dalla Regione nel 2022 se ne sono contate 259, nel 2023 erano 311, nel 2024 a quota 289 e nel 2025 a 303. Il numero dell’anno in corso, con l’estate che deve ancora iniziare, è di 94.
Sebbene organizzino meno della metà degli eventi, le Pro Loco generano circa il 60% degli introiti complessivi, confermando il loro ruolo centrale non solo dal punto di vista culturale, ma anche economico e sociale.
Quest’anno, però, all’atmosfera di festa si affianca una nuova incognita normativa. Il cambiamento principale riguarda la soglia oltre la quale le attività vengono considerate commerciali: il limite è stato abbassato da 130mila a 85mila euro. Superarlo significa uscire dal regime agevolato ed entrare nella fiscalità ordinaria, con un carico burocratico e fiscale più pesante. Una modifica che interessa soprattutto le Pro Loco, ormai in gran parte inserite nel Terzo Settore come associazioni di promozione sociale.
Il timore esiste, ma resta circoscritto. “L’impatto vero riguarderà una parte limitata delle Pro Loco, quelle con numeri più importanti”, spiega Fiorelli, stimando una platea attorno al 20-25%.
Le altre resteranno sotto la soglia, continuando a operare in regime semplificato. Tuttavia, anche per chi non sarà direttamente colpito, la riforma porta con sé un aumento degli adempimenti: contabilità più rigorosa, necessità di distinguere con precisione tra attività istituzionali e attività commerciali, e sempre più spesso il ricorso a un commercialista. “Il problema vero è la burocrazia: parliamo di realtà gestite da volontari, non da strutture organizzate”, sottolinea.
A fare la differenza sarà anche il criterio della “tipicità”. Restano infatti escluse dal conteggio più penalizzante quelle sagre che valorizzano davvero il territorio, non solo attraverso i prodotti ma attraverso la cultura gastronomica locale.
Un concetto meno scontato di quanto sembri. “Non è solo una questione di ingredienti: in Umbria la tipicità è nella cucina. Basta spostarsi di venti chilometri e lo stesso piatto cambia completamente”, osserva Fiorelli, richiamando un patrimonio diffuso e difficile da incasellare in elenchi rigidi.
Di fronte a queste criticità, anche la politica regionale si è attivata.
“In Umbria il tessuto associativo rappresenta una risorsa fondamentale per la coesione sociale e la vitalità dei borghi”, ha sottolineato il capogruppo del Partito democratico in Regione, Cristian Betti, che ha presentato una mozione per tutelare le realtà del Terzo Settore.
“È necessario che l’applicazione delle norme tenga conto della specificità del volontariato territoriale”, ha aggiunto, chiedendo l’apertura di un confronto con il Governo per evitare che gli enti locali vengano penalizzati da regole pensate su scala più ampia.
“L’obiettivo è aprire un confronto con il Governo e con le rappresentanze umbre del volontariato per chiarire la normativa ed evitare che nuovi oneri mettano in difficoltà associazioni che tengono vive tradizioni e territorio” dichiara il capogruppo dem al Comune di Perugia, Lorenzo Ermenegildi Zurlo. Il “livellamento” potrebbe produrre effetti sproporzionati su realtà territoriali dalle dimensioni ridotte (come ad esempio le sagre di paese), fino al rischio concreto della loro scomparsa.
La stessa Unpli punta a trovare un equilibrio tra trasparenza e sostenibilità, lavorando anche a una proposta di legge regionale che possa diventare un modello a livello nazionale. Al centro c’è il riconoscimento del ruolo “generalista” delle Pro Loco, impegnate non solo nell’organizzazione delle sagre, ma anche nella promozione turistica, nella gestione di spazi culturali e nella cura del territorio.
Nel frattempo, l’Unpli ha avviato incontri formativi con esperti per aiutare le associazioni a orientarsi tra le nuove regole, mentre prosegue il dialogo con le istituzioni. Non è la prima sfida: le sagre hanno già affrontato ostacoli importanti, come le normative sulla sicurezza e la pandemia, dimostrando una forte capacità di resilienza. Chiara Fagotti, presidente della Pro loco di Capodacqua che organizza la Festa della ciliegia e la sagra dell’Umbria (quest’anno in programma dal 12 al 21 giugno) ricorda come insieme alla richiesta di autorizzazione si debba compilare una modulistica dove vengono riportati, nel dettaglio, i prodotti tipici utilizzati e i fornitori. Questo perché le sagre in Umbria sono regolate per garantire la valorizzazione del territorio, con una norma che mira al 60% di prodotti tipici (Dop, Igp, km zero) sul totale somministrato. “Noi siamo attentissimi e rigorosi nel rispetto delle norme - racconta Chiara Fagotti - pensi che abbiamo tolto l’agnello dall’elenco delle tipicità perché, pur essendo un prodotto tipico del territorio, non avevamo la sicurezza al 100 per cento che la provenienza fosse umbra”. Fuori luogo, per la presidente della Pro loco, anche la polemica con i ristoratori. “La tradizione della sagra non ha nulla a che vedere con la ristorazione - evidenzia - La sagra è convivialità, è una serata musicale, è attrazione per i bambini. Non a caso con gli agriturismi del territorio abbiamo un rapporto di stretta collaborazione e amicizia, non c’è competizione ma collaborazione”.
Eppure il rischio, oggi, è che il peso della burocrazia finisca per scoraggiare proprio chi tiene in vita queste manifestazioni. Ma il clima resta di cauta fiducia: le sagre non sono solo eventi, bensì espressione di identità, memoria e comunità. Sono anche turismo e il motore di un’economia circolare che favorisce i territori.
E difficilmente i borghi umbri rinunceranno a tutto questo.
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