foligno
C’è un dettaglio che, più di altri, aiuta a leggere il profilo del nuovo vescovo: monsignor Felice Accrocca è anche un giornalista. Non per vezzo, ma per scelta concreta. Un tratto che emerge con chiarezza nell’incontro diretto e cordiale con i colleghi della stampa. La sede è quella del settimanale La Gazzetta di Foligno, in via Saffi, all’istituto San Carlo. Un primo contatto che già disegna uno stile preciso: quello di un pastore abituato alle parole, ma soprattutto al loro peso. Accrocca si muove con naturalezza tra ascolto e comunicazione, conosce il mestiere delle domande e restituisce risposte che sfuggono ai toni rituali.
Ad aprire il confronto è don Luigi Filippucci, parroco di Colfiorito, che richiama il valore della comunicazione come forma di liberazione. Nel suo intervento trova spazio anche il ricordo di Fabio Luccioli, giovane voce del settimanale e di Radio Gente Umbra, scomparso lo scorso anno a soli 38 anni.
Poi il dialogo si allarga: organizzazione delle diocesi, visite nelle parrocchie, ruolo della Chiesa, fino allo spopolamento delle aree interne, all’intelligenza artificiale e alla presenza femminile. Accrocca risponde con semplicità, accompagnando le riflessioni con una vena di simpatia che non passa inosservata.
Il punto di partenza resta il rapporto con l’informazione. “Con i giornalisti deve esserci stima e collaborazione sincere”, afferma. Poi il richiamo alla sostanza del mestiere: “L’informazione deve tendere alla verità, stare sui fatti. Non è importante arrivare primi, ma arrivare bene”. E ancora: niente derive allarmistiche o scandalistiche, perché “quello è un disservizio”. Parole che riconoscono il ruolo della stampa, ma ne sollecitano la responsabilità: “Servono coscienza e conoscenza”.
Lo sguardo si allarga al presente, dove - osserva - il rischio è quello di un processo mediatico che si sovrappone alla realtà. Da qui l’invito a un confronto reciproco, anche sul linguaggio: “Noi possiamo dirvi quando i toni sono troppo accesi, ma voi potete dirci se parliamo in modo incomprensibile”. Un’ammissione lucida: “A volte usiamo un ecclesialese che non arriva alla gente”.
Sui temi più concreti, il vescovo mantiene prudenza. La riorganizzazione delle diocesi resta una prospettiva aperta. Sugli incarichi, accenna con un sorriso: “Cosa devo cambiare, se ancora non conosco nessuno?” (sono stati confermati fino a nuova disposizione i vertici della Curia, ndr). Più chiara è invece l’idea di presenza sul territorio. “Camminerò tra la gente”, dice. Ha già predisposto un calendario di visite nelle parrocchie, con orari pensati per favorire la partecipazione. “Ciò che dà significato alla vita sono le relazioni”, aggiunge, raccontando anche la sorpresa per l’accoglienza ricevuta tra Foligno e Assisi.
Non manca uno sguardo alle sfide contemporanee. Sull’intelligenza artificiale ammette di conoscerla poco, ma ne coglie il potenziale, soprattutto in campo medico, senza nascondere il timore che possa “far regredire l’uomo”. Ampia la riflessione sulle aree interne, su cui la Chiesa ha già fatto sentire la propria voce con una lettera aperta al Governo, firmata da oltre 140 tra vescovi e cardinali, per chiedere politiche capaci di colmare i divari. Sul fenomeno dei giovani che lasciano il territorio invita a evitare letture semplicistiche: il problema è lo spopolamento verso le grandi città, dove spesso si finisce “nell’anonimato delle periferie”. Da qui il rischio di nuove fragilità sociali, in un contesto segnato anche da disuguaglianze crescenti.
La risposta, allora, torna al territorio: rafforzare legami, ricostruire comunità, alimentare partecipazione. “È un modo per resistere. Oggi dobbiamo aiutare le persone a pensare”.
Infine, uno sguardo al ruolo delle donne: “Nella Chiesa rappresentano circa il 70% del tessuto connettivo”. Un contributo essenziale che chiede di essere sempre più riconosciuto e valorizzato.
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