FOLIGNO
Custodisce tre cimeli che attraversano la storia nazionale: una camicia rossa, un berretto in panno dello stesso colore e una lettera anastatica firmata da Giuseppe Garibaldi. Nella sua casa, l’artista folignate Antonietta Innocenti li dispone con cura su una scrivania antica, dopo averli estratti da un comò in noce. Sono oggetti risalenti a 178 anni fa, appartenuti a un suo trisavolo - il nonno dei nonni di suo padre - e tramandati come memoria familiare. Ma non solo: rappresentano una traccia viva dell’ideale repubblicano che animava gli uomini all’alba dell’Italia unita.
“La camicia rossa – racconta – è ancora in ottime condizioni. Era lunga fino alle ginocchia e presentava una doppia abbottonatura. Era stretta in vita da una cintura di cuoio”. Accanto, il copricapo: “Il bonetto, in filo rosso con sottofascia in panno verde, visiera in cuoio e sottogola verniciati di nero, è un altro simbolo dei volontari che seguirono Garibaldi nelle sue imprese”. Oggetti essenziali, quasi poveri, ma proprio per questo fortemente identitari. Non semplici cimeli, bensì segni tangibili di coraggio, sacrificio e patriottismo.
“È stata una sorpresa – prosegue Innocenti – scoprire di avere avuto un avo in camicia rossa. Oggi quell’indumento è un emblema di eroismo, l’uniforme più celebre dell’Ottocento. Dai racconti di mio padre, ereditati da mia nonna, credo fosse un uomo di spirito coraggioso. Altrimenti non avrebbe preso parte a quell’impresa epica”.
Dietro quella divisa c’è anche una storia concreta, quasi inattesa. Le camicie rosse furono acquistate da un’azienda tessile di Montevideo che, a causa della guerra e del blocco della città, non riusciva a vendere una partita di camiciotti di lana destinati agli operai dei macelli, i saladeros. Fu così trovato un accordo con il governo uruguaiano e Garibaldi colse l’occasione: quelle tuniche rozze sarebbero diventate il segno distintivo dei suoi uomini.
E poi c’è la lettera. “Garibaldi la scrisse a Foligno il 23 dicembre 1848 – spiega Antonietta – indirizzandola al ministro della Guerra del Governo provvisorio dello Stato Pontificio, il conte Pompeo Campello. L’originale è custodito nell’archivio della famiglia Campello”.
Un documento che riporta la cronaca diretta di quei giorni. Il 17 dicembre 1848 Garibaldi era partito da Cattolica con un contingente di volontari, aveva attraversato Sigillo e Nocera Umbra ed era arrivato a Foligno con l’obiettivo di proseguire verso Roma, dove la rivoluzione era in atto. Qui organizzò la Prima Legione Italiana: cinquecento uomini e cinquanta cavalli. Poi arrivò l’ordine di ripiegare verso Ancona, per contrastare possibili incursioni borboniche nelle Marche. È forse in quel frangente che il trisavolo di Antonietta Innocenti si arruolò.
L’inverno era rigido, le condizioni difficili. Dall’Hotel Posta, in corso Cavour, dove alloggiava, Garibaldi scriveva parole che restituiscono tutta la durezza di quei giorni: “La gente della colonna si trova in uno stato deplorabile di vestiario; massime dei cappotti e scarpe che hanno finito di rovinare nelle ultime marce”. Chiedeva quindi l’invio urgente di indumenti, “a motivo della stagione, rigidissima in queste alture”, per poter proseguire verso Fermo.
È dentro queste righe, più ancora che nei tessuti consumati, che quei cimeli continuano a parlare. Non solo di una famiglia, ma di un’Italia che stava nascendo.
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