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Perugia, una squadra per quartiere e quel calcio che non c'è più

Claudio Sampaolo

28 Marzo 2026, 09:28

Perugia, una squadra per quartiere e quel calcio che non c'è più

L'Olimpia Filosofi

Ci perdoneranno i tanti allenatori di calcio, quasi tutti dilettanti allo stato puro, che negli anni '70 hanno lavorato sugli sterrati, spesso ghiaiosi, di Prepo, del Don Bosco, di San Sisto, di Montemorcino e chissà in quali altri campetti dove sbucciarsi le ginocchia faceva parte del rodaggio. Ci perdoneranno se intanto useremo il nome di Stefano Papini per ricordare tutti loro e un calcio che davvero non c’è più.

Stefano Papini e Vincenzo Giovi

Era migliore di quello proposto oggi? C’entra qualcosa con la crisi dei settori giovanili, con i crac ripetuti della Nazionale? Può darsi, ma sostanzialmente stiamo davvero parlando di un altro mondo, dove quasi ogni quartiere della città aveva la sua squadra, non si pagava per giocare, le famiglie si occupavano sia di lavare le “mute” che di preparare i thermos di per l’intervallo. Il nostro doping.

Audax

Eravamo tutti pionieri, probabilmente un po’ ingenui e idealisti, ma innamorati del calcio, giocato in libertà totale, senza troppi schemi, tattiche e “ripartenze da dietro”. Bastava la forca, alta per colpire di testa, bassa per calciare di collo-interno-esterno-piatto. Ripetutamente. Un esercizio di base che manca a tanti professionisti di oggi, arrivati all’Università del calcio senza essere passati per la scuola dell’obbligo.

Penna Ricci

In questa epoca nasceva il mito di Stefano Papini (80 anni il prossimo 7 luglio, auguri), più di mezzo secolo passato in panchina, identificato da noi ragazzi con lo strapotere del suo Penna Ricci, creato da zero assieme a don Angelo dopo aver lasciato la Don Bosco, dove faceva il segretario.

Penna Ricci

Stefano ha forgiato parecchi giocatori che hanno fatto i professionisti ed ancora oggi dimostra una lucidità di analisi invidiabile. Recentemente ha illuminato la scena con un post sul suo profilo facebook. Trovatelo e leggetelo, memorizzate quando spiega che un vero talento deve avere “reattività decisionale nel momento in cui riceve palla”, cioè stoppare, cercare lo spazio giusto e imbucare. Nel minor tempo possibile. Pare l’ABC del calcio, il minimo sindacale, ma in quanti in Italia giocano così, a due tocchi, rasoterra? Il Como tutto straniero, allenato da uno spagnolo. Punto.

Ora, chiediamoci: ci sono allenatori in grado di dare il pallone ai ragazzi e farli intanto divertire, essendo per noi impossibile copiare la Norvegia dove fino ai 13 anni non ci sono campionati, classifiche e tabellini delle partite? Rimpiangere il passato è un esercizio inutile, ma sappiate che molti dei colleghi di Papini queste cose già le facevano 50 anni fa. A braccio e a memoria: Vincenzo Giovi (è con lui nella foto), Massini, Cappelletti, Vetturini, Piccotti, Vincenti, Gibosini, Vernata, Agostino Nardin (poi diventato “don”), Stefano Vinti, allenatore fin da giovanissimo (22 anni) con giocatori molto più anziani di lui (nella foto dell’Olimpia è al centro con la barba), poi politico di rango. E le squadre? Beh, del Penna Ricci (nato a Porta Sant’Angelo) abbiamo detto, e sempre citando a braccio, la più titolata era la Juventina di Giovanni Falovo che sul terribile campo di Prepo aveva svezzato Giancarlo Antognoni, detto “Sgali” per via del suo fisico segaligno. Ma a pallone già ci sapeva fare e come è finita lo sappiamo. C’erano il Don Bosco, club dei salesiani, l’Audax zona via della Sposa, il Santa Maria di Colle (poi diventato Olimpia Filosofi, dal quartiere omonimo), il San Filippo (detto en passant: ci si cambiava accanto alla chiesa di via dei Priori e si andava a giocare, a piedi, a Montemorcino), l’Elce, la Si.la (San Sisto).

Su tutti “vegliava” Elio Grassi, altro grande intenditore (per anni è stato l’occhio di Ramaccioni in giro per l’Italia) passato dalla Grifo al settore giovanile del Perugia. Andava a vedere anche i campionati più negletti, ma pescava talenti. Sempre.

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