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L'intervista

Una visita dello Stato etico: Benedetto Croce ci parla ancora. Tarantino: "Rileggere oggi quei quattro anni, dal 1922 al 1926, può aiutarci"

Parla il curatore del libro edito da Graphe.it

Sabrina Busiri Vici

27 Marzo 2026, 09:00

Maurizio Tarantino

I pensieri di Croce tornano a parlare all’oggi. “Una visita dello Stato Etico di Benedetto Croce, non ci siamo chiesti se fosse un testo comodo. Ci siamo chiesti se fosse necessario. Oggi più che mai, lo è”, è quanto afferma l’editore Roberto Russo, Graphe.it, del testo curato da Maurizio Tarantino, direttore per sedici anni della Biblioteca dell’Istituto italiano per gli studi storici, fondato a Napoli da Benedetto Croce, e successivamente alla guida della biblioteca Augusta di Perugia. Città dove tuttora Tarantino fa base fissa.


Sabato 28 marzo il libro sarà presentato a Perugia, a Sud Osteria popolare alle ore 18 . Dialogheranno con il curatore, l’assessora comunale Costanza Spera e il docente di Filosofia Antonello Penna. Letture di Claudio Carini. Ne abbiamo parlato con Maurizio Tarantino cercando di entrare nel volume che raccoglie 61 testi scritti tra il 1922 e il 1926, gli anni che segnarono la trasformazione dell’Italia da democrazia a dittatura.
- Tarantino, il titolo Una visita dello Stato Etico cita ironicamente la devastazione della casa di Croce nel 1926. Perché ha scelto proprio questo episodio come “chiave di volta” per raccontare quegli anni?
Un po’ c’entra anche la moda dei centenari, e poi il titolo mostra anche un Croce ironico, diverso dal filosofo “serioso” che uno spesso si immagina. L’episodio, più che per Croce, fu una “chiave di volta” per Mussolini. La violenza contro Croce, l’intellettuale italiano più noto nel mondo. scatenò una tale reazione all’estero da consigliare al Duce un trattamento più “morbido”, se vogliamo considerare “morbidi” gli insulti quotidiani sulla stampa e l’isolamento.


- Qual è il messaggio principale di questo volume che, a distanza di un secolo, può aiutarci ancora a capire il mondo di oggi e il valore delle istituzioni democratiche?
C’è una pagina del libro in cui Croce, dopo la caduta del fascismo, ripubblica un’intervista del 1923 a sostegno del governo Mussolini, e ci aggiunge una nota in cui accusa il sé stesso di allora di “facile ottimismo e di non sufficiente preveggenza politica”. Ecco, forse il messaggio di questo libretto sta proprio in ciò: è difficile per tutti, anche per un acuto filosofo, ex ministro e attento osservatore della politica come Croce, leggere i segnali che preannunciano l’arrivo di una dittatura. Ma rileggere oggi quei quattro anni, anche se la storia non si ripete mai uguale a sé stessa, può comunque aiutarci a capire che le sorti della democrazia sono sempre in pericolo, e che una democrazia, per quanto imperfetta, è sempre preferibile a una dittatura.
- In quegli anni (1922-1926), Croce passò da una posizione di iniziale attesa verso il governo Mussolini a una di netta opposizione intellettuale. C’è un episodio o un documento specifico presente nel libro che segna il momento esatto in cui Croce capì che il fascismo non era una parentesi, ma un cambiamento pericoloso?
Croce avversò fin dall’inizio la “cultura” del fascismo, ma ne accettò la “politica” e le violenze, ritenendole necessarie per un ritorno all’ordine. Ancora dopo l’assassinio di Matteotti, nell’estate del 1924, Croce votò la fiducia al Governo Mussolini, credendo alle parole del duce che provò a dissociarsi da quel delitto. Quando Mussolini, nel celebre discorso del 3 gennaio del 1925, se ne assunse la responsabilità, Croce passò decisamente all’opposizione e scrisse il cosiddetto Manifesto degli antifascisti. Ma a me piace ricordare le pagine del suo diario, che ci restituiscono un Croce solo e sconsolato, che in quei mesi pensa al suicidio e accetta di continuare a vivere solo “pei doveri che legano alla famiglia, agli studi, alla società”.
- Cosa aggiunge questo volume a ciò che già sapevamo su Croce? C’è qualche riflessione o pensiero inedito che ti ha colpito particolarmente durante il lavoro di curatela?
Nel libro pubblico una lettera inedita e una edita solo parzialmente (e con un grossolano errore di lettura, giustificato solo dalla difficilissima grafia di Croce). È una lettera del 1923 all’ex presidente del consiglio Nitti, in cui Croce chiarisce molto bene il suo atteggiamento di attesa nei confronti del fascismo, ma in cui dichiara anche, con parole limpide, la sua posizione politica: “Credo anche io che l’Italia non possa non essere democratica. Ma è da sperare che sia di quella tale democrazia che è cultura, razionalità, intelligenza”. Forse, più che aggiungere qualcosa a ciò che già sapevamo su Croce, questo libro aiuta a capire che cosa egli veramente pensasse, e lo fa lasciando la parola a Croce stesso. E spero anche aiuti, lasciandolo parlare senza filtri, a riconoscere, al di là dei giudizi e pregiudizi, la sua grandezza di scrittore.

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