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L'intervista

Simona Chipi: "Vi racconto come nasce il Teatro della Terra d'Umbria"

Sabrina Busiri Vici

22 Marzo 2026, 06:00

Simona Chipi: "Vi racconto come nasce il Teatro della terra d'Umbria"

Simona Chipi, giornalista, autrice, organizzatrice culturale, artista visiva, negli anni ha attraversato redazioni, istituzioni, continenti e linguaggi diversi. Dall’Umbria a Roma, fino all’Africa, il suo percorso è segnato da una costante tensione verso la libertà e la sperimentazione. Un’irrequietezza creativa che l’ha portata a evitare carriere troppo lineari per inseguire invece nuovi progetti e sfide diverse. Oggi quella stessa energia si traduce in iniziative culturali e artistiche che nascono nei territori, come il Gecko Fest e il progetto del Teatro della Terra d’Umbria, ma anche in documentari e percorsi formativi dedicati ai giovani. Una traiettoria che intreccia giornalismo, impegno civile e ricerca artistica, sempre con lo sguardo rivolto alle storie ancora da raccontare.


- Simona, partiamo dall’inizio: da dove nasce il tuo percorso professionale?
Sono di Castiglione del Lago, ma sono venuta a Perugia per studiare. Ho frequentato la facoltà di Agraria e mentre ero all’università ho iniziato ad avvicinarmi al giornalismo. La mia prima esperienza l’ho fatta con don Elio Bromuri, alla redazione de La Voce. Seguivo una piccola pagina di esteri. Scrivevo brevi articoli e partecipavo alle riunioni di redazione: è stato il mio primo vero laboratorio.
- Poi sono arrivate altre esperienze nelle redazioni umbre.
Sì, ho lavorato alla Nazione e contemporaneamente ho iniziato a collaborare con una televisione locale, Tele Umbria, diretta da Mario Pistellini. Erano anni di grande fermento, si imparava molto sul campo. Poi è arrivata un’occasione che ha cambiato tutto.
- Quale?
Stavo lavorando a un articolo per l’Enel, legato a un’iniziativa della centrale di Pietrafitta aperta alle famiglie. Il responsabile dell’azienda lesse quel pezzo e mi propose di partecipare a un progetto molto innovativo: la prima corporate tv italiana via web. L’amministratore delegato era Franco Tatò. Andai a Roma per il colloquio e entrai come caporedattore.
- Nonostante queste opportunità, hai sempre evitato percorsi troppo strutturati. Mi sembra di capire…
È vero. Ho sempre avuto paura di restare intrappolata in una situazione troppo sicura. La stabilità economica, la carriera… sono cose importanti, ma temevo di perdere la libertà di sperimentare. Per me la libertà è soprattutto la possibilità di provare sempre qualcosa di nuovo, di trovarmi davanti a sfide diverse.
- Non ti sei certo fermata lì, che altro dopo?
Per un periodo sono stata capo ufficio stampa al ministero dell’Agricoltura. In qualche modo è stato un modo per unire il mio percorso universitario con quello professionale. Ma anche lì, dopo un po’, ho sentito il bisogno di cambiare.


- Ed è arrivata la Rai.
Sì, sono entrata nel progetto di Rai Utile, il primo canale del digitale terrestre della Rai. Era una collaborazione con il ministero della Funzione Pubblica e l’idea era quella di offrire un servizio informativo diretto ai cittadini, con notizie e strumenti utili per orientarsi nella pubblica amministrazione. Facevo il caporedattore e conducevo anche i telegiornali. È stata un’esperienza molto stimolante.
- Poi una scelta ancora più radicale: l’Africa.
Sì, sono partita perché mio marito è diventato corrispondente lì. Ci eravamo conosciuti anni prima a Perugia, seguendo alcuni grandi processi di cronaca giudiziaria. In Africa sono rimasta quasi tre anni, dal 2006 al 2009.
- Che esperienza è stata?
Molto intensa, ma anche dolorosa. Lavoravo come corrispondente cercando collaborazioni con diverse testate, dall’Agi all’Espresso. Il problema è che in Italia l’Africa viene raccontata quasi sempre nello stesso modo: guerre, carestie, dittature. Tutto vero, naturalmente, ma non è l’unica realtà. Io ho visto anche un continente pieno di energia, con giovani artisti, fermento culturale, storie straordinarie.
Mi sono resa conto che c’erano tanti racconti possibili che non trovavano spazio. Lì capisci che devi avere un rapporto profondo con quel luogo: un sentimento di pietas, di condivisione. Io sono rimasta quasi pietrificata di fronte alla bellezza e alle contraddizioni di quel continente.
- Quando sei tornata in Italia cosa è successo?
Non è stato semplice. Dopo tre anni lontana, rientrare nel mondo dell’informazione significava ripartire quasi da capo. Nel frattempo il settore stava cambiando velocemente, con l’arrivo delle tecnologie digitali. Ho iniziato a collaborare con Rai Cultura, spostandomi più verso la comunicazione.
- Quindi il ritorno in Umbria…
Sì, sono tornata nella mia casa a Spina, nel territorio di Marsciano. È una casa che avevo comprato prima di partire per l’Africa, ma che ho potuto vivere davvero solo molti anni dopo, perché nel frattempo c’era stato il terremoto del 2009 e la ricostruzione è durata undici anni.
- È da lì che nasce il Gecko Fest.
Esatto. L’idea è nata anche grazie a una sollecitazione dell’allora sindaco di Marsciano, che mi disse: perché non inventi qualcosa per portare cultura e persone in questo territorio? Così ho creato un’associazione, Spin-A Enhancing People, e coinvolto amici, colleghi, volontari. Il Gecko Fest è stato il primo seme.
- Come ha reagito il territorio?
Con entusiasmo. Abbiamo acceso una luce su una parte dell’Umbria che dal punto di vista culturale era rimasta un po’ in ombra. Sono arrivati ospiti importanti, il festival è cresciuto molto: nel 2024 abbiamo organizzato diciotto eventi.
- E adesso state lavorando a un progetto ancora più ambizioso.
Sì, il Teatro della Terra d’Umbria. Ci siamo resi conto che serviva uno spazio stabile per spettacoli, incontri e divulgazione scientifica. Abbiamo individuato un terreno comunale immerso nella natura e lanciato una campagna di crowdfunding nazionale. In un mese abbiamo raccolto 62 mila euro.
- Un risultato notevole, il più alto del progetto sostenuto da Fondazione Perugia.
È stata una risposta straordinaria. Hanno partecipato cittadini, aziende del territorio, associazioni. Ora stiamo lavorando al progetto esecutivo e speriamo di aprire il cantiere entro l’estate. L’idea è creare uno spazio permanente per la cultura, rispettando al massimo l’ambiente.
- Parallelamente stai lavorando anche a un documentario.
Sì, un progetto dedicato al rapporto tra Cascia e l’artista Yves Klein. È una storia poco conosciuta: Klein, l’inventore dell’International Klein Blue, ebbe una forte fascinazione per l’Umbria e per la figura di Santa Rita. Il documentario sarà anche un viaggio dentro questa regione.
- E non è l’unico progetto in corso.
Sto seguendo anche un laboratorio con l’Università per Stranieri di Perugia, dedicato alla cinematografia documentaria, all’interno del Progetto Fenice. Coinvolge ragazzi molto giovani, soprattutto provenienti dalle zone del cratere sismico. L’obiettivo, sostenuto anche dalla scuola di Pubblica Amministrazione dell’Umbria, è far raccontare a loro la ricostruzione e il futuro dei loro territori.
- Oltre al giornalismo e alla progettazione culturale, c’è anche la tua dimensione artistica. Raccontaci…
Sì, dipingo, anche se il mio maestro dice che sono soprattutto una sperimentatrice. Oggi lavoro molto con il digitale e dipingo soprattutto donne. In fondo deriva dal mio lavoro di giornalista: ho incontrato tante storie femminili e credo che la storia del mondo passi attraverso le donne.
- La senti come una parte di te più intima?
Molto più intima. Nel lavoro giornalistico e nei progetti culturali c’è condivisione, lavoro di squadra. Nell’arte invece sei solo con te stesso. Forse è per questo che ne parlo sempre con un certo pudore.
- Qual è stata la più grande sorpresa della tua vita?
Continuare a sorprendermi. Della bellezza dei luoghi, delle persone che incontro, delle possibilità che nascono. Anche la scelta di tornare in Umbria e lavorare qui è, in fondo, una forma di gratitudine verso questa terra.
- E la delusione più grande?
Più che fatti specifici, mi delude l’atteggiamento di chi non risponde, di chi rimanda, di chi non si assume la responsabilità di prendere posizione. Credo che nella vita, e anche nel lavoro, la cura delle relazioni passi prima di tutto dalla capacità di dare una risposta.

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