Perugia
Una riforma che divide: la giustizia al centro dello scontro politico. Ultimo rush ieri su Umbria Tv - in replica oggi alle 9.30 e alle 14 - tra l’onorevole, Anna Ascani (Pd), vicepresidente della Camera dei Deputati e sostenitrice del no e il senatore, Francesco Zaffini (FdI), favorevole al sì, sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Al dibattito, moderato dal direttore Giacomo Marinelli Andreoli, hanno preso parte anche Sergio Casagrande, direttore del Corriere dell’Umbria e del Gruppo Corriere e Claudio Sebastiani, responsabile di Ansa Umbria.
Per Ascani, la riforma rischia di compromettere l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’indipendenza della magistratura, “dando alla politica maggiore possibilità di controllo sugli organi di autogoverno”, alterando profondamente l’assetto costituzionale. Di segno opposto la lettura di Zaffini, secondo cui tale equilibrio è già stato completamente stravolto da un’eccessiva ingerenza della magistratura sulla politica: “Oggi vi è un eccesso di ruolo del potere giudiziario sulla politica. Questo è evidente dopo Tangentopoli o leggendo qualsiasi pagina del libro di Palamara. Questa riforma invece tira fuori dall’ingerenza della politica gli organi di autogoverno”.
Nonostante entrambi gli schieramenti ritengano imprescindibile intervenire sul sistema giustizia, Ascani ha ribadito l’inutilità e la pericolosità di una riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, già, peraltro, in parte realizzata con la separazione delle funzioni introdotta dalla legge Cartabia, per cui il “passaggio da una carriera all’altra è minimo e non giustifica una modifica costituzionale”. Per la deputata, sono altre le vere priorità da affrontare, per garantire una maggiore efficienza del sistema giustizia a cittadini e imprese: la grave carenza degli organici, l’inadeguatezza degli apparati informatici, il sovraffollamento carcerario. Zaffini, invece, individua nella separazione delle carriere, nel sorteggio degli organi di autogoverno e nell’istituzione dell’Alta Corte disciplinare i pilastri della riforma, in continuità con il sistema accusatorio introdotto nel 1988 dall’allora ministro Vassali con la riforma del giusto processo. Per spiegare la necessità della separazione delle carriere, Zaffini è ricorso all’immagine di un triangolo, “in cui al vertice alto dovrebbe esserci il magistrato giudicante, mentre ai vertici bassi accusa e difesa. Attualmente, invece, il triangolo è rovesciato: in alto ci sono accusa e magistrato giudicante e in basso, in una posizione di sudditanza, c’è il cittadino, con l’avvocato difensore”. Per Ascani, al contrario, la separazione delle carriere e l’istituzione di due CSM produrrebbero una “eterogenesi dei fini: paradossalmente, i pm avranno più interesse a cercare prove di colpevolezza, con l’effetto di creare dei superpoliziotti, che finiranno, inevitabilmente, sotto il governo. E ci fa paura sapere che c’è qualcuno che decide chi si può inquisire e chi no”.
Il fronte del no ha poi ribadito come, per la prima volta nella storia repubblicana, non sia stato possibile apporre alcuna modifica al testo della legge uscito dalle stanze del governo, rimasto sostanzialmente invariato: “È la prima volta – ha sottolineato Ascani – che si vorrebbero cambiare 7 articoli della costituzione, senza che ci sia stato un emendamento: questa era la linea data dal centro destra. Il parlamento è stato mortificato e adesso il governo vuole mortificare anche il potere giudiziario”. Zaffini ha rivendicato con forza la legittimità dell’intervento, che lascia intatto e, anzi, ribadisce, il principio fondamentale dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. In ordine al tema centrale della responsabilità dei magistrati, particolarmente sentito dai cittadini per l’impatto degli errori giudiziari sulla vita di chi li subisce, Zaffini ha sottolineato come l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare rappresenti un presidio di legalità: “È arrivato il momento che i magistrati rispondano della loro attività, con procedimenti reali e veri”. Ascani, sul punto, dopo aver chiarito che la riforma Nordio non incide sulla responsabilità civile dei magistrati, ha evidenziato le incongruenze di un’Alta Corte disciplinare, che si occuperebbe solo della magistratura ordinaria, lasciando fuori quella amministrativa e contabile.
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