FOLIGNO
La luce del mattino filtra tra le pareti di cemento armato e disegna ombre nette sull’altare. La chiesa di san Paolo Apostolo, monolite contemporaneo firmato da Fuksas dopo il terremoto del ’97, sembra ancora raccontare una storia di ferite e rinascita. Là dove c’era uno dei più grandi campi container per gli sfollati, oggi si alza un’architettura che punta al cielo. E sotto quelle pareti nude, mentre sistema con cura il libro liturgico prima della Messa, si muove in silenzio Tommaso Calderini. Settantasei anni, trentotto anni di diaconato permanente sulle spalle, il più anziano in servizio nella diocesi di Foligno, tra i primi formati in Umbria. In Italia sono quasi cinquemila: uomini sposati, padri, professionisti, chiamati a coadiuvare i sacerdoti nelle parrocchie. Una figura ripristinata dal Concilio Vaticano II e c’è chi ammette, con un sorriso appena accennato, “forse fa ancora un po’ paura. Anche a presbiteri e vescovi. Forse perché siamo sposati”.
Questa mattina la celebrazione è affidata a don Alessandro, giovane prete arrivato dalla Sardegna. Tommaso si muove con passo misurato, senza invadere la scena. Il suo è un ministero che non sostituisce, non supplisce, non prende il posto di nessuno. “Il diaconato non è un gradino verso il presbiterato – chiarisce – è una vocazione specifica. È servizio. È l’immagine di Cristo che serve. Un ponte tra la Chiesa e il mondo”.
La sua storia comincia il 22 maggio 1988. “Fummo ordinati in tre dal vescovo Giovanni Benedetti. C’era Elio, che ha prestato servizio a Rasiglia e che oggi non c’è più, e Marco Antonio Antonelli, ora a Capodacqua”. Un piccolo nucleo pionieristico, quando il diaconato permanente era ancora un terreno quasi inesplorato. La chiamata, racconta, è passata attraverso un’amicizia e una guida spirituale. “È una storia lunga. Io e mia moglie Ortensia facevamo parte di un gruppo di spiritualità familiare guidato da monsignor Giuseppe Betori, che noi chiamiamo ancora ‘Peppino’. Fu lui a invitarci a questo servizio. Due anni di formazione, poi l’invio pastorale”.
Da dieci anni Tommaso è nell’unità pastorale Giovanni Paolo II che comprende cinque parrocchie: Cave, Maceratola, Budino, Fiamenga e San Giacomo, oggi San Paolo Apostolo. Con i parroci don Giovanni Zampa, Antonio Ronchetti e don Jonathan condivide la vita quotidiana della comunità. Non è solo un aiuto pratico. È presenza. Preparazione ai battesimi, catechesi agli adulti, percorsi formativi per i ragazzi che hanno già ricevuto la Cresima. “Non si tratta di aiutare i sacerdoti e basta – sottolinea – ma di sentirsi parte viva della missione”.
I giovani sono il volto più sorprendente di questa comunità: oltre cento, distribuiti in gruppi seguiti durante la settimana anche dai parroci, secondo l’età. “Le presenze meno numerose sono quelle degli adulti – osserva Tommaso – forse per questioni di lavoro, di tempo”. Gli anziani, invece, non mancano. Accanto a lui, in questo impegno, c’è la moglie Ortensia Marconi, direttore dell’ufficio catechistico diocesano ed ex direttrice della pastorale diocesana.
Segue il catecumenato degli adulti: un cammino strutturato di due anni per chi non è battezzato, spesso proveniente da altre religioni, e chiede di ricevere Battesimo, Cresima ed Eucaristia. “Lo scorso anno a Pasqua hanno ricevuto i sacramenti in undici. E al nuovo corso sono già molti gli iscritti”. Tommaso è anche responsabile del servizio di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Un incarico delicato, che aggiunge peso e responsabilità a un ministero vissuto con discrezione, ma senza timidezze.
E il futuro? “L’8 dicembre sono stati ordinati due diaconi di Foligno: uno destinato al sacerdozio e uno permanente. Ce ne sono altri cinque in cammino. Il percorso è lungo, quattro o cinque anni”.
Sotto le pareti nude della chiesa simbolo della rinascita, Tommaso Calderini continua il suo servizio silenzioso. Non cerca visibilità. Sta nel mezzo, come un ponte. Tra altare e assemblea, tra Chiesa e vita quotidiana. In equilibrio, da trentotto anni.
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